Warning: include_once(/home/u392265521/domains/testsitiweb.shop/public_html/wp-content/plugins/wp-super-cache/wp-cache-phase1.php): Failed to open stream: No such file or directory in /home/u392265521/domains/testsitiweb.shop/public_html/wp-content/advanced-cache.php on line 22

Warning: include_once(): Failed opening '/home/u392265521/domains/testsitiweb.shop/public_html/wp-content/plugins/wp-super-cache/wp-cache-phase1.php' for inclusion (include_path='.:/opt/alt/php83/usr/share/pear:/opt/alt/php83/usr/share/php:/usr/share/pear:/usr/share/php') in /home/u392265521/domains/testsitiweb.shop/public_html/wp-content/advanced-cache.php on line 22
DOC Aggressivo: Adulti e Adolescenti | TuoPsicologo

DOC Aggressivo (Adulti e Adolescenti): paura di perdere il controllo e i pensieri intrusivi violenti

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Le persone che soffrono di DOC aggressivo vivono un paradosso: avere paura di fare del male è l’esatto opposto del volerlo fare. Non solo: si sentono aggressive senza esserlo proprio perché, per loro, la moralità è una cosa centrale nella vita.

Che cos’è il DOC aggressivo?

Il Doc aggressivo è una forma del Disturbo Ossessivo-Compulsivo caratterizzato da pensieri intrusivi violenti, cioè immagini o impulsi improvvisi e indesiderati che riguardano il timore di perdere il controllo e fare del male a se stessi o alle persone care.

Come vedremo più in dettaglio più avanti, questi pensieri sono egodistonici, cioè percepiti come in contrasto con la propria morale e i propri reali desideri. [Stein 2020]

L’ansia e la sofferenza che le persone con doc aggressivo provavano di prende proprio da questo senso di distanza dai pensieri intrusivi aggressivi: “Io non sono così!”

In questo articolo vedremo quali sono i sintomi di questo tipo di doc, cioè quello che una persona sente e pensa, con diversi esempi concreti  che riguardano fasi di vita diverse. Io e i colleghi di TuoPsicologo lavoriamo con fascia d’età che vanno dalla preadolescenza all’età adulta e anziana, e guardare a come si manifesta un disturbo ossessivo compulsivo in diverse fasi della vita è molto utile per capirlo meglio ed affrontarlo in modo più efficace.

L’obiettivo di questo articolo è aiutare una persona a capire come affrontare il doc aggressivo: questo è un tema che richiede un certo approfondimento per avere una risposta veramente soddisfacente.

È questo il motivo per cui l’articolo è piuttosto lungo.

Anche se io i colleghi di TuoPsicologo abbiamo una formazione psicoanalitica, pensiamo che la fedeltà totale ad una scuola non sia una buona scelta,  quando si cerca di affrontare un argomento sul piano scientifico. La psicologia, poi, è una materia piuttosto complessa in cui è molto utile integrare punti di vista differenti. Qui di seguito troverai una lettura del doc che mette assieme punti di vista diversi sulle stesse cose. Questo è importante soprattutto per un motivo: più capisci di cosa hai bisogno e come funzioni tu, più sarà semplice scegliere uno  psicoterapeuta che faccia per te (o per lo meno riuscirai a fargli le domande giuste per capire qual è il vostro grado di compatibilità).

Partiamo, allora, dalla descrizione di quello che sperimenta una persona con doc aggressivo.

Sintomi comuni del doc aggressivo: la mente diventa un film horror

Paura di perdere il controllo

La paura di perdere il controllo è una delle sensazioni più caratterizzanti di chi ha un doc aggressivo.  Chi si sente così ha il timore di essere in procinto di fare qualcosa di aggressivo è brutto ma il punto fondamentale è che questa previsione non si verifica mai.

C’è una distinzione importante da fare: chi ha un doc aggressivo non si sta veramente trattenendo dal fare qualcosa di aggressivo, sta affrontando la paura di farlo.

Il “nemico” è il pensiero, non l’azione. Si tratta, inoltre, di un tipo di pensiero particolare, cioè le ossessioni aggressive.

Ossessioni aggressive

Le ossessioni aggressive sono pensieri, immagini o impulsi involontari, persistenti, fonte di senso colpa e di ansia, che riguardano la paura di causare danni fisici o morte a se stessi e/o agli altri.

Sono pensieri egodistonici, cioè in contrasto con i propri valori e desideri. Abbiamo visto che le ossessioni aggressive scatenano la paura di perdere il controllo; mancano però l’intenzione di compiere un atto aggressivo o la sua pianificazione (il che significa che si tratta di una cosa molto diversa da una “preparazione di azioni aggressive”).

Le ossessioni suggeriscono l’idea che un’azione violenta possa arrivare in vari modi improvvisi e incontrollati, ad esempio:

  • Accidentale (es. sbandare con l’auto e morire, far cadere un neonato)
  • Per effetto di una perdita di controllo improvvisa e ingovernabile (es: e se impazzissi e assalissi all’improvviso la mia ragazza)
  • Per la paura di essere cattivi/folli/psicopatici e quindi essere per natura aggressivo e portato a fare il male.

No, i pensieri intrusivi violenti del DOC non si avverano mai e non indicano alcuna pericolosità reale o intenzione aggressiva. La differenza fondamentale risiede nella natura del pensiero: il desiderio reale è egosintonico (provoca piacere o è in linea con gli scopi della persona), mentre il pensiero intrusivo nel DOC è strettamente egodistonico (genera terrore, disgusto e senso di colpa). Chi soffre di DOC aggressivo non sta lottando contro l’impulso di fare del male, ma sta affrontando la paura di poterlo fare, un timore che nasce proprio da standard morali e affettivi elevatissimi.

Compulsioni mentali

Quando una persona ha dei pensieri così disturbanti, cercherà spontaneamente delle strategie per la loro gestione. Questo è il punto in cui interviene un’altra componente del doc aggressivo: le compulsioni mentali.

Le compulsioni mentali nel doc aggressivo sono azioni mentali rituali con la funzione di autorassicurazione e gestione dell’ansia che la persona svolge all’interno della propria mente. Servono insomma a rassicurarsi sul fatto di non essere aggressivi e di non essere sul punto di compiere qualche azione pericolosa.

Alcuni esempi di queste compulsioni mentali:

  • passare in rassegna i propri ricordi per fare un autoesame, cioè per essere sicuri di non aver mai fatto del male a qualcuno in passato (“mental review”);
  • come si possono controllare i pensieri, si possono controllare anche emozioni e sensazioni corporee allo scopo di essere sicuri di non vedere qualche segnale di aggressività;
  • Sforzarsi di trasformare un pensiero aggressivo o un’immagine violenta in qualcosa di positivo. Ad es:
    • Immaginarsi di accarezzare la compagna dopo aver avuto il pensiero di attaccarla.
    • Ripetere a se stesso frasi come: “io voglio bene alla mamma, io mi prendo cura della mamma” (dopo il pensiero ossessivo di fare male alla mamma)
    • Ripetere una preghiera con il potere di annullare il pensiero ossessivo [per saperne di più: ho scritto uno specifico articolo sul doc religioso]
    • Ripetere a se stessi frasi come “io sono buono”, “io non farei mai male a qualcuno”. Ripetere una di queste formule un numero preciso di volte, ha lo scopo di conferire la formula il potere di annullare sul serio il pensiero.

Come per tutte le compulsioni, questo queste hanno il problema che il sollievo che danno è temporaneo.

Fusione fra pensiero e azione.

La psicologia cognitiva ha individuato una modalità di pensiero, caratteristica del doc, detta fusione pensiero-azione.

La fusione pensiero-azione (TAF, thought-action fusion) è un bias, cioè un pregiudizio o un errore logico, secondo cui la mente di una persona ritiene che pensare a un atto violento sia l’equivalente morale di compierlo o che avere un pensiero violento aumenti la probabilità di compiere un’azione violenta. (Shafran 1996)

Questo, però, non è vero. È come se si sfumasse la distinzione fra fare concretamente qualcosa e sentirsi molto in colpa per averla pensata.

Coerentemente con questa impostazione, gli psicoterapeuti di formazione cognitivista si impegnano di solito ad aiutare i pazienti a considerare questo tipo di pensieri come “nient’altro che pensieri”. Come a dire: il messaggio è che non bisogna avere paura dì qualcosa che sappiamo già che non si trasformerà in un’azione e quindi possiamo dire che, da questo punto di vista, non ha significato.

La psicoanalisi propone una visione in parte differente da questa. La parte importante è uguale: quel pensiero non si trasformerà in un’azione, quindi si deve imparare a stare tranquilli.

Com’è che si impara a stare tranquilli, però? Abbiamo visto che secondo la psicologia cognitiva si impara a stare tranquilli “convincendosi” del fatto che questi pensieri sono “solo pensieri”. Da un certo punto di vista, ovviamente, questo è vero: abbiamo detto che di certo non sono progetti di  compiere azioni o inquietanti sintomi di una perdita di controllo.

Alcune persone, per così dire, sono in totale sintonia con questo modo di approcciare il problema questo e, se tutto va bene, dopo una certa quantità di lavoro psicoterapeutico non ci dovranno più avere a che fare se non in situazioni rare e magari particolarmente difficili.

Per altre persone, invece, questo non è sufficiente. Queste persone hanno bisogno di darsi una spiegazione dell’origine di questi pensieri e come mai abitino nella loro mente. Hanno bisogno di capirne il significato.

Non è facile avere un’idea chiara di cosa voglia dire “capire il significato di qualcosa”; per il momento, limitiamoci a prendere per buono il fatto che

  • ci sono sia persone con cui “funziona meglio” un lavoro psicoterapeutico che dà valore al significato dei pensieri
  • ci sono anche dei punti di forza universali in questo specifico approccio (come la stabilità dei miglioramenti nel tempo e l’incremento degli effetti positivi della terapia anche dopo il termine della terapia: Shedler 2010, Leichsenring 2023)

Rimandiamo però questa discussione alla fine dell’articolo e qui concentriamoci ancora sul funzionamento del doc: “capire” è una cosa molto utile per “cambiare”.

Cosa ci sarebbe da capire, insomma, sui pensieri aggressivi?

Il messaggio, in breve, è: le ossessioni aggressive sono un modo inefficace di esprimere la rabbia verso qualcosa o qualcuno. È inefficace perché “mi fanno avere così tanta paura della rabbia e dell’aggressività che rischio di rinforzare semplicemente la convinzione di non poterla esprimere né pensare. Se io mi rendo conto che è normale essere arrabbiati e che in alcune situazioni si ha bisogno di trovare un modo efficace di esprimere la rabbia, allora finirò per cercare un modo di trovare un’espressione della rabbia e la rabbia smetterà di tormentarmi“.

D’altra parte, se le emozioni esistono e perché hanno una funzione: non sono una cosa decorativa!

La loro funzione evolutiva, biologica, è proprio quella di tradurre il mondo, tradurre le situazioni che viviamo e aiutarci ad agire di conseguenza [Panksepp & Biven 2012].

È molto difficile, insomma, che le emozioni che si provano non contengono alcun elemento di informazione utile su quello che si sta vivendo in una certa situazione. Soffocare quelle emozioni, non è una buona idea, anche perché, come sperimentano tutte le persone che hanno un doc, gli stessi pensieri tornano a proporsi ciclicamente, insistentemente (loop del dubbio).

I pensieri ossessivi sono come una specie di fantasma che non va via fino a che non lo si aiuta a portare a compimento il lavoro che ha lasciato a metà. Nel caso del doc aggressivo, il compito lasciato a metà è l’espressione serena e libera da senso di colpa dell’aggressività.

La fusione pensiero-azione (Thought-Action Fusion, TAF) è un bias cognitivo ed errore logico per cui la mente di una persona ritiene che il semplice fatto di pensare a un atto violento o negativo sia moralmente equivalente a compierlo, o che aumenti la reale probabilità che quell’evento si verifichi. Nella terapia del DOC, riconoscere questo schema aiuta a restituire alle ossessioni il loro reale statuto di “soli pensieri”, privi di intenzionalità o potere causale.

Senso morale

C’è un altro aspetto della persona col doc che è strettamente collegato a quello di cui abbiamo appena parlato, cioè la sensazione che pensavo un’azione sia l’equivalente morale di farla. Chi ha il doc può fare molta fatica a perdonarsi il fatto di avere dei pensieri aggressivi.

Paradossalmente, chi soffre di doc aggressivo è  solitamente una persona con standard morali elevatissimi. Il “paradosso” risiede nel fatto che la paura di fare del male nasce proprio da un desiderio estremo di essere “bravi” e “buoni”. Questo senso di responsabilità ipertrofico porta a monitorare costantemente la propria mente alla ricerca di ogni minima “impurità” di natura aggressiva.

Come dicevamo prima, proprio l’intolleranza per i pensieri aggressivi tende a generare pensieri aggressivi molto insistenti.

La psicologia cognitiva suggerisce che la parte importante di questa caratteristica sia l’attribuzione di significato che la persona con doc fa ai propri pensieri: “visto che ho pensato una cosa brutta, ne sono moralmente responsabile“. [Salkovkis 2000; Abramowitz 2014] Come suggerivo prima, la conseguenza è che dal punto di vista cognitivista questi sono dei pensieri sbagliati (“disadattivi”) che è utile modificare.

Anche la descrizione psicoanalitica del doc  insistono sul senso morale eccessivo e l’iper-responsabilità.

Saltzman, che è un autore che si è occupato molto a fondo di doc da una prospettiva psicoanalitica, propone  una riflessione importante su questo tema: se si guarda le persone col doc soprattutto come dei perfezionisti, si può interpretare la loro grande attenzione nei confronti di tutto quello che considerano sbagliato/cattivo come una specie di caccia alle streghe che viene fatta nei confronti di “tutto quello che rischia di dimostrare a me stesso che non vado bene”. Ossessioni e compulsioni sarebbero quindi strumenti di tutela dell’autostima.

Questa prospettiva è importante, perché aiuta a vedere che il doc non è solo una “cosa che non funziona bene” nella mente di qualcuno.

Difatti, alcune persone con un doc esigono, per così dire, che i loro sintomi vengano rispettati, anche quando sono fonte di sofferenza. Alcune persone sentono sostanzialmente che quei sintomi, fastidiosi e dolorosi, hanno un senso e una funzione. Anche solo come strumento di gestione dell’ansia. Queste persone avvertono che quei sintomi sono una parte di loro a cui non intendono rinunciare.

Come mai? Molte persone con il doc

  • sanno che il doc è un ostacolo
  • ma non si rendono conto che il doc dà loro la possibilità di esprimere alcune emozioni che razionalmente non si concederebbero mai di esprimere. Nel doc aggressivo questo accade con la rabbia.

Certo, si paga un conto salato (ossessioni e compulsioni possono far soffrire moltissimo una persona).

In ogni caso, il lavoro psicologico con una persona che sta così può essere visto sostanzialmente così: “non ti sembrerà possibile, ma poi avere stima di te stesso anche se hai dei pensieri di natura aggressiva. Sono delle cose molto più naturali e molto meno distruttive di quanto tu non credi ora”.

Questo è un elemento che è particolarmente presente in adolescenza, tra l’altro.

Se ci pensiamo, sappiamo che gli adolescenti spesso fanno delle cose irragionevoli, anche il semplice comportarsi male a scuola e venire rimproverati, perché sentono di avere bisogno di esprimere delle parti di loro stessi. Se non lo fanno, si sentono infantilizzati. Spesso i ragazzi con il doc non sono certo quelli più rumorosi della classe, ma è anche vero che molti di loro si concedono degli sfoghi (facendo anche cose apparentemente banali come dire cose provocatorie o tormentare un po’ i compagni) di cui magari poi rimangono sorpresi, o che vivono con un senso di colpa esagerato.

Ad ogni modo, non è infrequente trovare degli adolescenti col doc che sui loro sintomi ossessivi e compulsivi non hanno nessuna intenzione di mollare l’osso, come se il discorso fosse ”non ti azzardare a togliermi questa cosa! Mi farà stare anche male ma è mia e me la tengo”.

Non ha  praticamente nessun senso provare a persuadere una persona che la pensa così. (Anzi sarebbe un’operazione che mi sta piuttosto antipatica, perché, in fondo, non vedo che diritto avrei di dire a una persona che il mio modo di pensare è migliore del suo).

La cosa che è utile fare, invece, è lasciare temporaneamente da parte i sintomi, e concentrarsi sugli aspetti di sé che quella persona è motivata a modificare. Su questo penso che Salzman abbia avuto delle idee estremamente lucide: se si parla una persona in termini di dare aiuto a “trovare un modo efficace per avere un autostima ancora più solida“, allora è più facile che ti ascolti.

Si tratta, semplicemente, di un modo diverso di lavorare sui sintomi ossessivi.

Ad esempio il lavoro può iniziare esaminando insieme come mai una certa persona sia così rigida con se stessa in che modo quella rigidità finisca inevitabilmente per sabotare la sua autostima. Solitamente si arriva a riprendere i sintomi più tardi, quando il quadro generale sarà diventato più chiaro. Ad un certo punto quella persona inizia a rendersi conto di perché ha avuto bisogno di quei sintomi: è come se non avesse avuto un altro modo per avere un’opinione pienamente positiva di sé.

Esempi comuni di ossessioni aggressive

Adesso faccio qualche esempio di pensieri ossessivi aggressivi comuni, così diventa più facile capire per bene di cosa stiamo parlando.

“Perché ho paura di colpire qualcuno con un coltello?”

La paura di colpire qualcuno con un coltello, in modo improvviso, è una forma molto comune di pensiero ossessivo aggressivo. La persona col doc lo può interpretare come la dimostrazione del rischio concreto di perdere il controllo e la dimostrazione della propria intrinseca cattiveria.

Questo è un esempio che fa vedere  delle cose importanti sia sul funzionamento della mente che sul funzionamento della persona ossessiva.

Solitamente, il pensiero ossessivo collegato al fatto di prendere il coltello riguarda grossomodo l’idea di essere “così cattivi e così incapace di trattenersi che basta vedere un coltello per far uscire il mostro che è dentro di sé“.

È come se si sentisse di essere così cattivi da trasformare il coltello in uno strumento di aggressione, invece di un comune utensile che serve anche a prepararsi da mangiare. È come se il tema fosse: “visto che io sono cattivo metto la mia cattiveria dappertutto”.

Da quanto ne sappiamo oggi, questo pensiero è il contrario di quanto avviene nella realtà oggettiva.

È normale che un coltello faccia avere il pensiero di poter essere utilizzato anche come arma, semplicemente perché può avere anche quella funzione. La persona col doc, però, è così spaventata dall’idea di trovare delle prove della propria cattiveria che non riesce a filtrare quel pensiero a metterlo da parte. È una persona che è ossessionata dall’idea di essere cattiva, per cui tende a leggere una conferma di questa paura in tutte le situazioni della vita che si prestano.

Se hai visto il film “Risvegli”, o letto il libro da cui è tratto, ricorderai la signora catatonica che afferrava inaspettatamente una palla da tennis quando il suo neurologo, il famoso dottor Sacks, gliela scaglia contro. Quella è una dimostrazione visiva molto efficace del concetto di affordance cioè del fatto che gli oggetti stessi ci suggeriscono il modo in cui possono essere utilizzati. Vedo l’oggetto e mi preparo istintivamente all’azione che posso compiere con quell’oggetto. Questo accade, come abbiamo visto anche nel caso del coltello.

Perché ci interessa? Nel doc sembra esserci, almeno in alcuni casi, una maggiore attivazione di queste “tendenze all’azione” automatiche e una sensazione soggettiva di urgenza maggiore, particolarmente davanti a stimoli percepiti come minacciosi.  Come abbiamo visto, nelle ossessioni aggressive  il problema è proprio l’eccesso di monitoraggio morale e di allarme che si attivano anche davanti ai fenomeni di affordance. [Dayan 2017]

Il punto è che sono impulsi automatici normalmente presenti in tutti, mentre il doc pensa di avere solo lui questi pensieri! Non è così! Tutti li hanno, ma possono permettersi il lusso di non farci caso. Chi ha il doc questo lusso non ce l’ha!

Cioè, chi ha un doc può  sentire una stimolazione interna, proprio come se dovesse agire, più forte della media delle persone e questo gli complica la vita rispetto alla possibilità di ignorarla serenamente. Il tema principale però è quello dell’interpretazione che dà a questa sensazione di essere lì per compiere l’azione: “Sono cattivo e sbagliato. Quello che penso non va bene”.

Lavorare su questa visione di sé è molto importante, perché una volta che è capace di avere una visione di sé stessi più positiva, si toglie alle ossessioni il motivo di esistere.

Pensieri di spingere qualcuno

Un fenomeno simile a quello che abbiamo appena visto è quello dei pensieri di spingere qualcuno:  dalla paura di spingere qualcuno sotto la metro o il treno, al pensiero di buttare qualcuno giù da un balcone o da un ponte.. La base biologica è simile a quella dell’affordance, cioè il “richiamo del vuoto” (o “high-place phenomenon”). Il vuoto o la banchina della metropolitana sono stimoli che il cervello interpreta come potenziali pericoli: avviene una decodifica quasi istantanea dell’ambiente, in modo simile a quello che abbiamo visto nell’esempio del coltello.

Poiché la persona con doc non si concede alcuna forma di aggressività (simbolica), la mente si difende iper-attivandosi proprio nei contesti in cui un singolo gesto avrebbe conseguenze catastrofiche e irreversibili (come un vuoto o i binari).

Fare del male a se stessi e “Perché ho paura di sterzare improvvisamente contro i pedoni?”

Un’altra declinazione frequente e potenzialmente invalidante del disturbo è “la paura di sterzare improvvisamente contro i pedoni mentre guido” o far schiantare volontariamente l’auto contro ad un ostacolo.

L’automobile mette la persona col doc davanti ad un altro problema legato all’affordance e dal monitoraggio dello spazio in cui ci si sta muovendo: in auto basta un’azione minima per arrivare a farsi del male o farlo ad altri.

Di nuovo, è il contesto a suggerire l’azione. La persona con il DOC interpreta allora il flash mentale, l’idea di poter portare a compimento quell’azione come una paura di perdere il controllo. L’impulso suggerisce un’altra idea inquietante su di sé: si è disturbati, pazzi.

Anche se si tratta di dinamiche che abbiamo già esaminato negli esempi precedenti, questo esempio di della paura di farsi male da soli in macchina è importante perché è frequentemente collegato a delle compulsioni che possono rendere molto faticosa la guida:

  • guardare continuamente lo specchietto retrovisore per assicurarsi di non aver investito nessuno,
  • sintonizzarsi sui canali radio locali alla ricerca di notizie di incidenti (che diventerebbero pericolosi),
  • o ripercorrere più volte la stessa strada per verificare l’asfalto
  • o anche tornare indietro con l’auto per controllare di non aver investito qualcuno senza accorgersene.

Questi sono esempi di compulsione di controllo (checking) E possono dare un’idea di come diversi tipi di disturbo ossessivo compulsivo si mescolino fra loro.

[Per vedere altre connessioni del genere, puoi leggere la pagina generale sul doc negli adulti o quell sul doc negli adolescenti]

Paura di usare le forbici

La paura di usare le forbici vicino a qualcuno e fargli del male è un’altra ossessione aggressiva frequente in cui il pensiero di poter fare male un altro rappresenta soprattutto uno scrupolo morale, la paura di essere cattivi, senza che questo abbia nulla a che fare con un rischio reale di aggredire l’altro.

Introduciamo però un elemento, per così dire, meno meccanico. Chi è questa persona vicina che si ha paura di aggredire? Si ha un rapporto significativo con lei? Ha solo un aspetto che ci ricorda qualcosa che ci potrebbe dare fastidio? Ha detto qualcosa che potrebbe farci arrabbiare?

Parlare di queste cose con qualcuno che ha il doc è molto importante perché, in tante situazioni che a prima vista sembrano assolutamente neutrali, ci sono in realtà tanti piccoli elementi che possono far arrabbiare una persona. Bisogna allenarsi a riconoscerli, altrimenti si rischia di pensare che la propria rabbiosità sia semplicemente una cosa immotivata.

È una cosa sgradevole da pensare, ma direi  onnipresente, perché noi “uccidiamo” costantemente gli altri in modo simbolico.

  • Lo facciamo quando ci accorgiamo di incrociare per strada una persona che non ci piace per niente e quindi “accidentalmente” non la salutiamo.
  • Lo facciamo quando sbagliamo a mandare un’email piena di critiche proprio al destinatario di quelle critiche.
  • Da qui a salire, in un crescendo di gaffe.

 Le persone con doc sono dei pessimi assassini simbolici, perché non si concedono questa attività.

Perché immagino di colpire il mio partner mentre dorme?

Immaginare di colpire il partner mentre dorme è un altro esempio specifico di ossessione aggressiva che fa sentire particolarmente cattiva una persona perché l’aggressività investe proprio qualcuno di importante. Il problema è che non avere nessun sentimento aggressivo nei confronti della persona a cui vogliamo più bene sostanzialmente non è possibile. Questo, come abbiamo visto, una persona col doc non se lo concede facilmente.

Questo è un esempio ancora più importante rispetto a quello dell’estraneo che può far venire un pensiero aggressivo passeggero. Da un lato, quando conosciamo bene un persona ci è più chiaro che cosa ci dia fastidio di lei e sappiamo quindi “che cosa amiamo un po’ meno” di lei. Proprio quando potremmo essere vicini ad  ammettere questa aggressività, però, farlo risulta più difficile: l’idea di provare rabbia per una persona così importante per noi non può che farci star male.

Questi sentimenti ambivalenti, di amore e rabbia assieme, in una persona con il doc aggressivo si possono trasformare in ossessione aggressive particolarmente intense. In queste situazioni è ancora più importante integrare quella aggressività normale: come abbiamo visto, è impossibile evitare di provare la rabbia verso un partner e, soprattutto, non è così dannosa. Anzi confrontarsi ed esprimere rabbia in una coppia può far crescere molto il rapporto e le persone che lo vivono.

La paura di avvelenare il cibo cucinato per i propri cari

Questa dinamica di ambivalenza affettiva si esprime in modo ancora più intimo attraverso la paura di avvelenare il cibo che cucino per gli altri. Cucinare è per eccellenza un’attività di accudimento e manifestazione di affetto.

Proprio questo la rende una fonte di angoscia per la persona con il doc: “proprio nella situazione in cui voglio (e devo) comportarmi bene verrà fuori la verità, cioè che sono pericoloso e cattivo”. I pensieri intrusivi violenti spingono ad immaginare di inserire sostanze nocive o detersivi nei piatti di persone care come i familiari: l’affetto viene “pervertito” in odio.

Il problema, come abbiamo visto, è quello di non riuscire ad integrare i due sentimenti, concedendosi la possibilità di pensare di poter essere ambivalenti anche verso le persone care.

FAQ – Altri esempi

Il pensiero intrusivo di usare un martello o altri attrezzi da lavoro contro i propri familiari è una manifestazione comune del DOC aggressivo e non indica una reale intenzionalità violenta.

Esattamente come accade con i coltelli, gli attrezzi da bricolage o da cucina evocano nel cervello un’affordance (un’idea automatica di utilizzo). Nelle persone con Disturbo Ossessivo-Compulsivo, il forte legame affettivo con i familiari e un senso di responsabilità ipertrofico trasformano questo flash mentale in un segnale di massimo allarme, generando la falsa convinzione di essere pericolosi.

La paura di sterzare contro i pedoni o di causare un incidente volontario alla guida è una declinazione del DOC aggressivo legata alla percezione della propria responsabilità e del controllo su un mezzo potenzialmente letale.

Questo pensiero intrusivo violento non riflette un desiderio suicida o dirompente, ma l’iper-consapevolezza del fatto che basta un piccolo movimento del polso per causare una tragedia. Il disturbo si nutre di questa possibilità logica, intrappolando il guidatore in rituali d’ansia, come guardare continuamente lo specchietto retrovisore o ripercorrere la stessa strada per verificare di non aver investito nessuno.

L’apparente impulso di urlare oscenità o aggredire sconosciuti per strada non è un reale desiderio di violenza, ma la paura ossessiva di perdere la capacità di inibizione sociale e rompere i tabù sociali.

Questa paura si può interpretare come un conflitto fra timore di infrangere queste regole e il desiderio di essere liberi di farlo, quando lo si desidera. La persona che le prova può sperimentare una sensazione soggettiva di urgenza che lo spinge a isolarsi o a monitorare rigidamente il proprio comportamento verbale e motorio quando si trova in mezzo alla folla.

Perché accade tutto questo nella mente ossessiva? Neuroscienze e psicoanalisi

Finora abbiamo passato in rassegna alcuni modelli di funzionamento mentale ossessivo, che sono importanti sia per riuscire a descriverlo che per impostare una cura coerente.

Ora che abbiamo visto il “come”, possiamo passare un livello di approfondimento ulteriore. Possiamo chiederci: “perché la mente ossessiva funziona in questo modo?”.

La prima delle risposte che possiamo darci ha a che fare con le basi biologiche del doc, l’hardware della nostra mente: essenzialmente, il funzionamento del nostro cervello.

Le neuroscienze delle ossessioni: il cervello e i falsi allarmi

Alla base del doc ci sono dei meccanismi cerebrali che possono essere immaginati come una sorta di sistema di allarme del cervello.

Nella mente di chi non ha il doc i pensieri bizzarri, grotteschi o violenti passano come semplice “rumore di fondo” e vengono immediatamente filtrati e scartati.

Quando si trova davanti a questi pensieri, invece, il cervello di chi soffre di doc tende a far fatica a scartare questi pensieri e vi attribuisce anzi un’importanza vitale… e una portata catastrofica. Il meccanismo che si attiva di conseguenza è quello dell’attacco fuga, cioè una reazione allarmata che ha lo scopo di sottrarsi ad un pericolo imminente.

Uno degli elementi cardine di questo tipo di funzionamento viene ricondotto all’iperattività  del circuito Cortico-Striato-Talamo-Corticale (CSTC).

La ricerca corrente evidenzia che in questo circuito si crea un problema di comunicazione tra aree specifiche:

  • La corteccia orbitofrontale, che ha il compito di valutare i rischi e i pericoli nell’ambiente.
  • E il nucleo caudato, che dovrebbe agire come un filtro per ripulire la coscienza dai pensieri irrilevanti o disfunzionali.

Quando queste aree non dialogano efficacemente, si genera un deficit di inibizione della risposta: la mente non riesce a bloccare il pensiero intrusivo violento, che rimane letteralmente incastrato, continuando a orbitare nella coscienza e ad alimentare la paura di perdere il controllo. [Gehring 2000; Milad 2012]

Questa spiegazione è sufficiente per dire che conosciamo la biologia del doc?

Se da un lato la mappatura del circuito CSTC ci offre risposte preziose, gli studi più recenti dimostrano che il DOC non può essere ridotto al malfunzionamento di una singola area isolata o di un unico loop.

Questo è solo uno degli aspetti dell’esperienza di chi ha un doc.

I deficit di flessibilità mentale, l’alterata valutazione del rischio e l’amplificazione dei segnali sensoriali coinvolgono reti cerebrali molto più ampie, complesse e dinamiche.

Non tutti i doc sono uguali, poi: esistono diversi sottotipi del disturbo che presentano marcate differenze individuali a livello cerebrale. [Vedi articolo generale per vari sottotipi di doc: cura del doc]

  • Ad esempio, nel doc aggressivo è particolarmente rilevante il funzionamento della Corteccia Cingolata Anteriore (ACC), che si occupa del monitoraggio del conflitto e dell’errore. Nelle persone con doc aggressivo, quest’area sperimenta un fenomeno chiamato iper-attivazione dell’ERN (“error-related negativity”), un segnale di “allarme morale”: è come se il soggetto avesse già commesso il fatto. È questa area che genera la sensazione immediata di colpa e la svalutazione di sé (“sono un mostro“).
  • A livello neuropsicologico, le persone con DOC mostrano una marcata rigidità cognitiva. Il cervello fa un’enorme fatica a spostare l’attenzione da uno stimolo all’altro (“deficit di set-shifting”): non si può semplicemente “pensare ad altro” e tende invece a rimuginare sul pensiero fonte di preoccupazione.

Le conoscenze neuroscientifiche, inoltre, sono fondamentali ma non sono tutto: possono dirci come il cervello si iper-attivi e perché faccia fatica a frenare un’idea, ma non ci danno gli strumenti per spiegare perché la mente scelga proprio quel determinato pensiero intrusivo, né perché quel contenuto sia così intimamente doloroso per una specifica persona. [Menzies 2008; Stein 2020]

Noi siamo la nostra biologia, ma declinata all’interno della nostra storia personale.

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è strettamente legato all’iperattività del circuito Cortico-Striato-Talamo-Corticale (CSTC). Nello specifico, si verifica un deficit di inibizione e comunicazione tra la corteccia orbitofrontale (responsabile della valutazione dei rischi) e il nucleo caudato (che dovrebbe fungere da filtro per ripulire la coscienza dai pensieri irrilevanti). Nel DOC aggressivo, a questo loop si aggiunge l’iperattivazione della Corteccia Cingolata Anteriore (ACC), che genera un precoce e ingiustificato segnale di “allarme morale” e colpa.

Non si riesce a scacciare i pensieri violenti perché il tentativo cosciente di sopprimerli o “cancellarli” produce l’effetto opposto, amplificandone la frequenza e l’intensità (il cosiddetto “effetto orso bianco”). A livello neuropsicologico, la mente ossessiva presenta una marcata rigidità cognitiva e un deficit di set-shifting (la difficoltà cerebrale a spostare l’attenzione da uno stimolo all’altro). Quando il circuito cerebrale interpreta erroneamente un pensiero bizzarro come un pericolo di vita, l’ansia si iper-attiva, bloccando quel pensiero nella coscienza e innescando il loop del rimuginio.

La psicoanalisi del doc aggressivo

La psicoanalisi risponde alla domanda “perché il doc?” in un modo completamente diverso.

Attenzione però! Non è una gara! Questi punti di vista diversi sono inevitabili in una disciplina come la psicologia e una certa attenzione all’integrazione di solito è una buona idea.

Dicevo: le risposte che cerca la psicoanalisi sono diverse. A differenza delle neuroscienze o della psicologia cognitiva che si studia in laboratorio, la psicoanalisi è interessata a descrivere l’esperienza soggettiva delle persone.

Molti dei concetti di psicoanalisi che sono noti e chi non è uno specialista e che possono risultare un po’ bizzarri alle orecchie contemporanee, come complesso di Edipo o tutta l’attenzione alla sessualità, hanno a che fare proprio con l’attenzione alle immagini personali del mondo che ciascuno si fa mentre ne fa esperienza, con particolare attenzione a quelle formate da bambini. Le esperienze infantili sono particolarmente importanti proprio perché gettano la base di come si tenderà a vedere il mondo per il resto della vita, nel bene e nel male.

Ad esempio, se pensiamo a una delle primissime esperienze di vita mentale che fa un lattante, cioè lo sperimentare la fame e venire nutrito, ci possiamo accorgere che anche un’esperienza così non può essere ridotta all’attività meccanica del prendere il latte e sentire lo stimolo biologico della fame che passa. Si tratta di un’esperienza fatta di un disagio, dispiacere, anche disperazione se è troppo forte; c’è poi il piacere quando arriva il latte, la minore o maggiore facilità a nutrirsi, il senso di sicurezza derivante dal fatto di essere tenuti e calmati, eccetera eccetera.  [Laplanche ad es. ne parla così in Vie et mort en psychanalyse]

Parallelamente all’attività biologica, c’è un piccolo mondo di significati che si struttura man mano e che diventa man mano più complesso.

Anche se non ce ne accorgiamo, mentre viviamo costruiamo continuamente dei modelli del funzionamento di noi stessi, degli altri e del mondo e li confrontiamo con i modelli costruiti in passato, in particolare quelli infantili.

Ora vedremo che per la vita mentale delle persone con doc è centrale il tema del conflitto psichico fra bisogno di respingere alcuni pensieri e la loro inevitabilità.

In molte delle storie di vita delle persone con doc ci sono dei genitori che li hanno più o meno velatamente invitati ad essere rigorosi, autocritici le vie di questo passo.

Alcuni di questi genitori avevano un’attenzione particolarmente forte a queste caratteristiche morali o a elementi (apparentemente) molto concreti, come la pulizia, che si trovano frequentemente associati ai primi. Altri genitori magari sono caratterizzate da una maggiore severità o attenzione alla disciplina rispetto ad altri ma non ad un livello per cui sarebbe sensato imputare loro qualcosa di patologico nel loro modo di educare i figli. (Come dimostra ad esempio il fatto che gli stessi genitori possono benissimo aver messo il mondo altri figli che non diventeranno ossessivi pur avendo ricevuto la stessa educazione).

Nella maggior parte dei casi, in queste famiglie non è stato sostanzialmente possibile rendersi conto del fatto che quel tipo di educazione e disciplina voleva dire gettare la benzina sul fuoco nella mente di un figlio che era biologicamente predisposto al doc.

Quando i figli che crescono in queste famiglie e che finiscono per sviluppare un doc arrivano davanti allo psicoterapeuta, possono effettivamente finire per raccontare di essersi sentiti controllati e comandati in modo eccessivo dai genitori. Qui bisogna distinguere due piani diversi della questione:

  • Se una persona sente di aver ricevuto delle richieste eccessive è importante appoggiarla nel capire cos’è stato “troppo per lei“. Questo è massimamente importante se ha vissuto situazioni traumatiche, ma rimane importante anche quando c’è semplicemente da dire “questo mi ha fatto male, per come sono io” (ad es: “l’atteggiamento severo di mio padre ha aumentato i miei dubbi su di me e ne avevo già molti. Avrei obbedito anche senza tutta quella disciplina“). Quest’operazione serve per aiutare una persona a non ripetere vecchi copioni familiari. Ad esempio, molte persone con doc vanno aiutate ad “ammorbidirsi” ed essere più autoindulgenti.
  • L’altra faccia di questo lavoro è però ancora più importante: si tratta di aiutare una persona a vedere come sia stata lei per prima ad assecondare questi schemi (ad es: le richieste dei genitori). Nel caso del doc, la persona con doc può accorgersi di come sia stata lei per prima incline a obbedire e criticarsi, senza concedersi la libertà di mettere in chiaro i propri confini. I genitori possono aver facilitato una tendenza interna che sarebbe comunque stata lì e con cui è comunque necessario misurarsi.

Qual è il punto di tutto questo lavoro?

Lo scopo è che anche i pensieri ossessivi aggressivi diventino uno dei tanti tipi di pensieri che è necessario imparare a concedersi senza allarmarsi o criticarsi troppo. I pensieri ossessivi, in più, hanno lo svantaggio di essere “urlati”, cioè di avere un contenuto forte, spaventoso, fonte di ansia che lo rende più difficile da ascoltare è più facile da criticare.

Gli spiega quali sono state le cose che a lui hanno rappresentato un tabù impossibile da mettere in discussione.

Il contenuto di specifici pensieri è la cosa che motiva a continuare in un lavoro su di sé che è per sua natura faticoso:

  • a nessuno piace pensare che odiamo, anche solo in piccola parte, proprio le persone che ci sono più care,
  • possiamo anche avere degli ottimi motivi per farlo
  • ma questo non ci impedisce di stabilire con loro un legame in cui prevale l’affetto!

Riconoscere e tollerare questa manifestazione di aggressività nei confronti degli altri ti può aiutare fondamentalmente a sentirti più sicuro nel rapporto con gli altri. (Più avanti nel testo troverei alcuni esempi concreti).

Fare esperienza dei propri pensieri assieme allo psicoterapeuta, vuol dire rendere più elastiche le proprie idee sul funzionamento di se stessi, degli altri e del mondo. Vuol dire riuscire ad estrarre più felicità dall’esperienza del mondo ed essere più resistenti nei confronti dell’ansia.

Il punto di vista soggettivo è tutto quello che conta, allora? Ci potremmo anche disinteressare degli aspetti oggettivi della realtà, soltanto quello che conta il vissuto personale?

Come dicevo, credo che il punto di vista più produttivo sia quello che Integra le diverse prospettive: se ci affidassimo esclusivamente ai nostri punti di vista personali, prima o poi rischieremmo di sbattere il naso contro il muro della realtà.

Ad esempio abbiamo visto che è molto importante rendersi conto che le persone nascono con alcuni tratti di personalità che sono biologicamente molto radicati in loro.

DOC Aggressivo negli Adolescenti: Scuola, Amici e Identità

[Questa sezione può essere utile sia per i genitori di adolescenti col doc, sia per adulti col doc, per avere l’occasione di  ripensare alle proprie dinamiche familiari e su come possono avere influenzato il suo modo di vivere attuale, doc compreso]

Indipendentemente da quando si presenta il doc per la prima volta la vita di una persona (tipicamente nella prima adolescenza, 10-14 anni, o prima età adulta, 20-25), l’adolescenza è un’età che fornisce al doc un’abbondanza di materiale su cui costruire i sintomi e nutrire l’ansia.

Rimanendo nel perimetro del doc aggressivo, basta che pensiamo alla normale conflittualità con i genitori. È normale, cioè, che gli adolescenti sperimentino una certa dose di aggressività che è per sua natura difficile da integrare. [C’è un vecchio e fondamentale articolo di Winnicott (1950) che ne parla in modo molto eloquente].

Chiaramente, un adolescente soggetto a sviluppare un doc aggressivo farà più fatica a compiere questo passaggio evolutivo.

La struttura dei pensieri ossessivi aggressivi rimane la stessa degli esempi che abbiamo già visto: la percezione di poter essere sul punto di compiere un atto aggressivo viene sovrastimata e il ragazzo si giudica in modo estremamente negativo.

Questa problematica è ancora più importante in adolescenza, perché va in senso contrario alla crescita del ragazzo. Il senso di potersi permettere una ribellione, grande o piccola che sia, è quello di potersi permettere di mettere in discussione il rapporto con i genitori.

È importante che un adolescente arrivi a dire a se stesso:

“Se fosse necessario, potrei rinunciare ai miei genitori, perché posso cavarmela senza di loro. Ho bisogno di provarlo a me stesso sottoponendo me stesso e loro a delle prove.  Né io né loro dobbiamo essere spaventati dal fatto di essere arrabbiati o emotivamente distanti, dobbiamo sentire di potercela cavare anche autonomamente”.

Possiamo dire che questo senso di sicurezza di potercela fare senza i genitori equivalga ad un omicidio simbolico dei genitori [la vecchia storia dell’Edipo, no?].

  • Questo è importante, perché se un adolescente sente di non poterlo fare, rischia di non capire più se l’affetto che prova per i suoi genitori è frutto della sua debolezza.
  • L’affetto per i genitori diventa più maturo quando diventa una scelta non obbligata.

Ovviamente questo è difficile per l’adolescente perché è un cambiamento molto grande rispetto al modo di vivere il rapporto coi genitori che e sperimentava da bambino, quando il bisogno di  una fiduciosa dipendenza era più grande di quello dell’Indipendenza.

Nella sezione degli esempi, abbiamo visto che gli omicidi simbolici sono un problema per le persone che hanno un doc aggressivo!

Gli adolescenti con doc aggressivo possono spendere molte energie nel tentativo di trovare un modo di allenare la loro aggressività normale, con la difficoltà aggiuntiva di dover limitare o aggirare i pensieri ossessivi aggressivi che è più facile che intervengano nel conflitto diretto con i genitori.

Alcuni ragazzi trovano altre occasioni di ribellione, ad esempio nei confronti della scuola. Alcuni possono essere molto in conflitto

  • fra il desiderio di essere studiosi e autocritici (come la loro personalità spesso li spinge ad essere)
  • e, dall’altra parte, voler affermare loro stessi in modo apertamente conflittuale, ad esempio non studiando di proposito per avere più tempo libero e provando a vedere se riescono a sacrificare meno di loro stessi al mondo delle richieste degli adulti.

I genitori possono non capire il senso di questo cambiamento e arrabbiarsi, con il figlio. Questo è normale! Si tratta di un cambiamento positivo che passa però da una turbolenza; all’inizio, poi, si vede solo la turbolenza senza nessuna delle conseguenze positive. Quale genitore potrebbe essere sereno ed entusiasta per una trasformazione “in peggio” del figlio adolescente, se non ne ha ancora visto i frutti?

Questo può accadere

  • a volte in casi più lievi, in cui il ragazzo riesce a mantenere un equilibrio tutto sommato sereno senza sentirsi troppo disturbato dalle ossessioni,
  • altre volte però i ragazzi possono tenere nascoste dei pensieri anche molto pesanti, vergognarsene, e lasciare i genitori nell’impossibilità di capire cosa stia succedendo loro.

Bisogna tenere conto, poi, del fatto che per gli adolescenti è ancora più difficile tenere a bada i contenuti aggressivi. Durante l’adolescenza la corteccia prefrontale (l’area responsabile del controllo degli impulsi e del filtraggio dei pensieri) non ha ancora completato la sua maturazione, mentre il sistema limbico (il centro delle emozioni e della paura) è iper-reattivo. Questo rende l’adolescente particolarmente esposto ai falsi allarmi che danno origine alle ossessioni.

Qual è il problema? Ovviamente, quel ragazzo farà fatica a riconoscere questi pensieri come falsi allarmi. Come abbiamo visto le persone col doc tendono ad interpretarli come prove della loro indegnità morale. Questo rende ancora più difficile parlare con i genitori, per questi ragazzi (“Sono sbagliato e non voglio farlo vedere a mamma e papà“).

Quel ragazzo spesso, almeno all’inizio, penserà:

  • “sto diventando un mostro” o “sto diventando uno psicopatico“
  • e non: “ho delle difficoltà“.

Di conseguenza, i genitori si trovano a mettersi a raccogliere indizi di qua e di là.

In alcuni casi, questi indizi sono molto aspecifici, come le difficoltà a scuola ad esempio, in altri casi però ci saranno altri elementi riconducibili ad altre manifestazioni di doc, ad esempio.

Ricordiamoci che descrizioni come questa che faccio in questo articolo sono  per forza di cose meno complesse di quello che accade nella vita vera. È estremamente raro, ad esempio che una persona con doc non abbia dei sintomi misti, cioè riconducibili a diverse sotto categorie di doc.

Un ragazzo, ad esempio, può non avere il coraggio di raccontare dei propri pensieri aggressivi ma può accettare di lasciar vedere qualche compulsione che percepisce come meno grave, ad esempio, rituali di lavaggio o di preghiera o anche solo lasciar trapelare qualche pensiero di natura ossessiva legato allo sporco o contaminazione.

Come devono comportarsi i genitori di un figlio con doc aggressivo

È molto importante che i genitori non si spaventino e che non rimandino troppa ansia al ragazzo. Come abbiamo visto sono pensieri difficili da comunicare ed è molto importante normalizzarli per riuscire a saperne di più.

Ad esempio, per me i colleghi di TuoPsicologo, è frequentemente è necessario partire da delle rassicurazioni non tanto sul contenuto dei pensieri, ma sulla loro natura. Cioè bisogna comunicare al ragazzo: “anche se a te non sembra così, quello che la tua mente ti sta suggerendo è normale, solo che hai avuto la sfortuna che la tua mente ti parla col megafono”.

Più i genitori riescono a capire questi meccanismi, più anche loro si sentiranno meno presi in contropiede dal genere di contenuti mentali (aggressività , sessualità, sporcizia…) che solitamente le persone tendono a non mettere al centro delle loro giornate. (Qui il confronto con lo psicologo può essere liberatorio e utile perché uno psicologo che si occupa di queste cose è per natura qualcuno che invece ne fa il centro delle proprie giornate e si potrà, quindi, finalmente parlare senza imbarazzi, recuperando il senso di esperienze che sembrano assurde, se non si ha l’occasione di capirle).

Bisogna insomma aiutare questi ragazzi a parlarne, perché tendono a giudicarsi troppo negativamente per questi pensieri.

Mi è capitato, diverse volte ad esempio di suggerire ad un’adolescente con doc che poteva essere difficile parlarne proprio perché i contenuti possono essere spiazzanti e fare delle ipotesi sul tipo di pensieri che poteva avere avuto e avere difficoltà a raccontarmi (di solito basandomi sul tipo di contenuti emersi nel colloquio, così da aumentare le probabilità di dire qualcosa di veramente rilevante per quel ragazzo).

Di norma, nei colloqui psicologici, non è una buona idea “tirare ad indovinare” e mettersi ad attribuire pensieri all’altro. Con gli adolescenti in generale e con gli adolescenti con doc in particolare questo a volte è però molto utile: questi ragazzi si rendono benissimo conto che quelle cose non le posso sapere e che però faccio il tentativo di aiutarli a sentirsi a proprio agio. A volte è sufficiente andarci vicino per dare l’idea che sono pronto ad ascoltare cose che lui ritiene vergognose o incomprensibili e questo aiuta i ragazzi a parlare.

Con i genitori è utile fare qualcosa di simile: se si capisce il senso di quello che sta capitando al figlio, non si ha troppa fretta di veder scomparire tutto e ci si concentra sulle cose importanti, come i progressi evolutivi di quel ragazzo (continuare il percorso scolastico, coltivare amicizie, avere una progettualità futura) sarà più facile essere meno preoccupati, sentirsi meno in colpa e mettere in campo la pazienza che ci vuole.

È necessario avere pazienza anche perché come abbiamo visto i ragazzi con doc sono in una situazione particolare: le ossessioni sono come minimo fastidiose e, in alcuni casi, proprio paralizzanti. Nonostante questo, i ragazzi possono essere cocciutissimi, cioè non accettare interventi “invasivi” o di cambiare il loro modo di pensare fino a che non ne capiscono il senso e l’utilità.

Come a dire: “saranno pure dolorosi e angoscianti, ma questi pensieri sono miei e né tu e né né nessun adulto si deve azzardare a metterci le zampe sopra”. Sembra un controsenso!

  • Come abbiamo visto all’inizio di questo paragrafo, però, gli adolescenti possono sentire che il loro pensieri ossessivi di natura aggressiva sono sostanzialmente l’unica strada che hanno a disposizione per esprimere un’aggressività normale, necessaria, che non sono capaci di consentirsi di esprimere in altro modo.
  • Ragazzi così rischiano di percepire ogni forma di ingerenza nei loro pensieri come una specie di sopruso da parte degli adulti che li vorrebbero “normalizzare“, cioè vorrebbero togliere loro quella parte di aggressività di cui hanno bisogno per crescere.

Questa è una cosa su cui è controproducente insistere. Ad esempio, all’inizio è frequente dover lasciare momentaneamente da parte un’analisi approfondita dei sintomi per concentrarsi su altri aspetti della vita di quel ragazzo in cui gli stessi temi si presentano in modo più diluito.

Ad esempio, il messaggio “non ti concedi a sufficienza di esprimere l’aggressività, che è una cosa normale” è sostanzialmente troppo difficile da mangiar giù. È “troppo estraneo alla coscienza”. Quel ragazzo insomma potrebbe (giustamente!) non capire perché il suo diavolo di psicologo insista su questa benedetta aggressività, e non essere molto convinto del fatto che sia così necessaria.

Ci saranno altri ambiti della sua vita, invece, in cui sarà molto più disponibile a vedere dinamiche dello stesso tipo.

Ad esempio quando si inizia a parlare di una cosa come il rapporto con gli amici, o il rapporto con la scuola, non è infrequente che emerga un misto di senso del dovere, autodisciplina, rigore e rigidità che il ragazzo stesso trova scomodo e non del tutto soddisfacente.

Aiutarlo a vedere che “è troppo duro con se stesso” in un ambito del genere può essere molto più semplice che farlo rispetto ai pensieri ossessivi.

Continuando il lavoro, l’adolescente si accorgerà che lo stesso accade proprio nei confronti dei suoi pensieri ossessivi aggressivi e più in generale di quel tipo di contenuti punto a questo punto gli potrà diventare chiaro, piano piano, che lo scopo di parlarne non è quello di togliergli dalle mani il modo che lui ha trovato di crescere ma, al contrario, di aiutarlo ad essere ancora più libero e soddisfatto di come lo sta facendo.

Le ossessioni aggressive tipiche negli adolescenti

Come abbiamo visto, le dinamiche del doc in adolescenza sono le stesse del doc adulto, ma i contenuti si adattano al loro contesto di vita e alle cose importanti per la loro fascia d’età (ad. es temi sessuali, morali, religiosi). [Geller 2021]

Quindi un ragazzo potrebbe:

  • avere ossessioni che nascono dalla fruizione di contenuti online: “ho visto un video/film violento e ho paura di fare le stesse cose”.
  • avere “paura di impazzire e picchiare i compagni di classe”; avere paura di urlare improvvisamente oscenità o bestemmie in classe [se l’elemento religioso è molto presente: doc religioso]
  • avere paura di aggredire i genitori e ad esempio pensare: “Perché mi vengono immagini di accoltellare i miei genitori?“;
  • avere delle crisi rispetto all’immagine futura di sé: “Sono un sociopatico? Sono un violento?“. L’adolescente può cioè avere la paura di scoprire di avere una natura violenta che si starebbe rivelando con la crescita;

È molto importante parlare di questi aspetti perché i genitori devono entrare un po’ in empatia con la difficoltà che figli hanno a parlare. Pensieri del genere sono difficili da comunicare.

Per questo motivo, i genitori devono fare attenzione a dei  campanelli d’allarme che possono aiutare i genitori a capire che c’è qualcosa che non va anche quando il ragazzo non riesce a parlare direttamente dei propri pensieri ossessivi.

Alcuni esempi:

  • Ritiro sociale difficile da giustificare. Il ragazzo può stare lontano dagli amici con cui ha paura che emergerebbero pensieri ossessivi o compulsioni.
  • Richiesta di rassicurazioni travestite da domande: “Secondo te le persone cattive sanno di esserlo?” (cosa frequente anche per quanto riguarda altri temi “difficili” come la sessualità).
  • Il ragazzo inventa scuse o si arrabbia quando gli viene chiesto di usare un oggetto che può essere ricondotto un’arma (es. coltello).
  • Ansia ingiustificata quando si trova su un balcone, vicino ai binari del treno o una di quelle situazioni in cui l’ambiente può suggerire l’idea che se si perdesse il controllo si  potrebbe fare male a sé o ad un altra persona.
  • Particolare lentezza a fare i compiti e calo del rendimento scolastico: la mente del ragazzo potrebbe essere impegnata dai pensieri ossessivi, dal esame dei ricordi fatto allo scopo di stabilire se si è o meno cattivi o da rituali mentali di cancellazione dei pensieri ossessivi e aggressivi.

Come dicevo moltissime di questi segnali sono poco specifici e, presi isolatamente, sono cose spiegabili in tanti modi diversi.

Quando si inizia a mettere insieme un mosaico fatto di più indizi è importante non trasmettere eccessiva preoccupazione all’adolescente, altrimenti si rischia di rendergli solo più complicato il compito già difficile disporsi.

Bisogna fare attenzione anche a non cadere nel rischio opposto, cioè quello di minimizzare: a quel punto potrebbe pensare: “se i miei sapessero cos’ho in testa non lo accetterebbero mai e penserebbero che sono malato”.

[Se hai bisogno di altre informazioni, leggi l’articolo specifico sul doc in adolescenza]

La paura di essere un sociopatico o di poter diventare un serial killer è un’ossessione tipica del DOC aggressivo e dimostra esattamente il contrario di ciò che si teme. Il sociopatico o il soggetto con tratti antisociali sperimenta una totale assenza di empatia, non prova senso di colpa e vive i pensieri di violenza con indifferenza o gratificazione egosintonica. Al contrario, la persona con DOC soffre enormemente ed è terrorizzata dall’idea di fare del male proprio perché possiede un’empatia profonda e un senso morale ipertrofico. È l’estrema intolleranza verso l’aggressività a trasformare un flash mentale innocuo in un incubo ossessivo.

Differenza tra DOC Aggressivo e Psicosi o Disturbo di Personalità

Concentriamoci su un ultimo paragrafo di spiegazione del doc aggressivo, prima di passare a parlare della terapia del doc.

Come abbiamo visto, le persone col doc aggressivo corrono a rischio di vivere se stesse come problematiche, cattive, mostruose o folli. Anche se le spiegazioni razionali sono per loro natura insufficienti contro queste paure, avere almeno un appiglio razionale può essere utile.

È sicuramente utile, invece, aiutare le persone ad orientarsi rispetto a delle cose che possono sembrare vicini al doc ma nei fatti non lo sono, allo scopo ad esempio di capire di quale aiuto abbiano bisogno.

L’esame di realtà nel doc

Quando si dice che nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) l’esame di realtà è preservato, significa che la persona mantiene intatta

  • la capacità di distinguere criticamente tra il mondo esterno (la realtà oggettiva e condivisa da cui originano stimoli indipendenti dai propri pensieri e sensazioni) e il mondo interno (i propri pensieri, fantasie, paure o immagini mentali),
  • la capacità di valutare l’adeguatezza sociale delle proprie azioni, comprendendo le convenzioni e mantenendo la capacità di rispettarle.

Come abbiamo visto, è proprio questa consapevolezza ad alimentare la sofferenza della persona con doc, che è come se dicesse: “Ma come?! Io non ho nessuna intenzione di comportarmi come suggeriscono questi pensieri orribili che ho! Sono pensieri assurdi!”.

I pensieri ossessivi sono, come dicevamo all’inizio, egodistonici: inaccettabili ed estranei rispetto ai propri valori e alla propria immagine di sé. L’ansia e le compulsioni che servono a spegnere l’ansia si attivano allo scopo di scongiurare in tutti i modi che le ossessioni aggressive possano diventare realtà. [Stein 2020]

La differenza fondamentale risiede nella preservazione dell’esame di realtà e nella natura del pensiero. Nel DOC l’esame di realtà è intatto e il pensiero è egodistonico: il soggetto riconosce l’assurdità e l’irrazionalità delle proprie ossessioni, provando colpa e attivando compulsioni per controllarle. Nella psicosi, l’esame di realtà è perduto e il pensiero è egosintonico: i deliri e le allucinazioni vengono vissuti come fatti oggettivi e verità indiscutibili, senza alcuna consapevolezza di malattia (anosognosia).

“Sono matto?” Differenza fra doc e psicosi

Quella dei pensieri ossessivi è una forma di “irrazionalità” completamente diversa da quella della psicosi, cioè l’insieme di situazioni psicopatologiche (come schizofrenia, disturbo delirante, disturbo schizoaffettivo, a volte disturbo bipolare, psicosi acuta…) in cui il rapporto con la realtà diventa problematico.

Nella psicosi, l’esame di realtà viene perduto: i prodotti del mondo interno vengono vissuti come fatti oggettivi. Nel delirio e nell’allucinazione, non si è più in grado di riconoscere la propria paura come qualcosa che ha origine dentro di sé: diventano realtà incontestate.

Ad esempio, può accadere che una persona gravemente psicotica pensi: “la mia compagna/mia mamma ha sorriso quando è entrata nella stanza. Lo fa per umiliarmi. Devo difendermi con la forza”.

L’idea che l’altra persona sia una minaccia, cioè, non viene messa in discussione. La persona psicotica non riesce a pensare “l’espressione della mia compagna mi ha fatto sentire umiliato” oppure “mi sento minacciato da…”. L’altra persona è una minaccia, punto.

Questo tipo di pensieri (deliranti) sono egoSINtonici, non egoDIStonici. Sono pensieri che sono (drammaticamente) in sintonia con il bisogno di proteggersi da un’esperienza emotiva intensa in modo ingestibile.

Una persona gravemente psicotica, inoltre, tende a mancare di insight, cioè della capacità di attribuire i pensieri psicotici ad una problematica emotiva. La funzione difensiva che hanno quei pensieri, cioè, è così importante che può essere molto difficile far vedere come rappresentino anche una distorsione della realtà (si può dire che la persona psicotica non accetta di vederlo). Molto di frequente, una persona psicotica non ha “consapevolezza di malattia” (anosognosia): se ci pensiamo, questo è il contrario di quello che sperimenta la persona ossessiva, che ha il terrore di essere malato e vuole assicurarsi di non esserlo.

No, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo non può in alcun modo trasformarsi in schizofrenia o in una struttura psicotica. Si tratta di due quadri clinici e neurobiologici completamente differenti e separati. Nella psicosi si assiste al crollo del test di realtà e alla presenza di deliri vissuti come certezze oggettive (egosintonici). Nel DOC l’esame di realtà rimane perfettamente preservato: il paziente mantiene la piena capacità di distinguere criticamente il mondo esterno dalle proprie paure interne, giudicando i propri pensieri come assurdi, alieni e spaventosi.

Differenza fra doc e disturbi di personalità

La differenza fra doc e disturbi di personalità è più sfumata. O meglio, è difficile da cogliere se non sono situazioni cliniche che si hanno ben presenti, come è naturale che sia per chi conosce queste cose soprattutto per informarsi sulle proprie difficoltà.

Nelle persone con disturbo di personalità (in particolare del cosiddetto cluster B (borderline, narcisistica, antisociale, istrionica), l’esame di realtà è globalmente funzionante ma soggetto a cedimenti.

Cosa significa? Le persone con disturbo di personalità riescono a mantenere un esame di realtà funzionante quando si confrontano con eventi emotivi che possono sopportare. Quando il limite di tolleranza viene superato, l’esame di realtà tende a venire meno. Il disturbo borderline di personalità è la condizione più esemplificativa da questo punto di vista, in cui cioè l’instabilità emotiva è un tratto centrale.

Ad esempio, una persona borderline può dare l’idea di “impazzire” transitoriamente davanti ad alcuni eventi emotivamente molto carichi, tipicamente quelli collegati all’abbandono. Quando una persona borderline incontra una difficoltà col partner, ad esempio, può reagire urlando, minacciandolo, facendo del male se stessa o anche al partner. In questa situazione la persona borderline può sperimentare sintomi paranoidei e dissociativi. Come a dire: “quello che sta succedendo mi fa così male che devo reagire con urgenza per farlo finire. Ad esempio posso cercare di controllare l’altro, in modo che abbia troppa paura per non rassicurarmi sul fatto che mi ama e vuole stare con me”.

Nel momento in cui si sente minacciata, la persona borderline vede l’altro come il cattivo da distruggere o gestire. Questa, è di nuovo una situazione molto diversa da quella della persona col doc che ha paura di poter arrivare a fare del male alle persone care o a se stessa.

Se qualcuno che ha il doc si mette a leggere di qua di e di là di come funzionano le persone borderline, può sviluppare l’ossessione di essere un potere diventare borderline e, per così dire, passare all’attacco.

Questo tipo di ossessione va tradotta con “ho paura di diventare cattivo”. È una cosa che non c’entra nulla con i veri e propri meccanismi borderline, in cui durante una “crisi” l’altro diventa un vero e proprio mostro da affrontare, una persona che in quella frazione di tempo cambia status: diventa il nemico. Le persone con doc, al contrario, sono iperattente a preservare prima di tutto l’altro e poi anche loro stesse (in termini sia fisici che morali).

Queste cose che abbiamo visto assieme devono suggerire che la diagnosi differenziale fra doc, psicosi e disturbo di personalità se una cosa sostanzialmente piuttosto chiara nella maggior parte dei casi… per lo specialista! Le persone con il doc hanno il problema  di avere le antenne eccessivamente ritte a tutti quei segnali che possono arrivare a confermare la terribile realtà della loro natura cattiva. Abbiamo già visto quali sono i meccanismi che rischiano di portarti lì, ora concentriamoci su come si fa a stare meglio.

Come si cura il doc aggressivo?

Come si cura il doc? La risposta è complessa, soprattutto perché le persone con doc possono essere molto diverse fra di loro.

  • Per alcune persone, il doc è qualcosa che invade la maggior parte della giornata. Ossessioni e compulsioni possono essere così invadenti da lasciare poco spazio per altro.
  • Per tantissime altre persone, invece i sintomi possono essere presenti, più o meno invadenti ma non così debilitanti.

Quando lo sono, però cioè quando questi sintomi si prendono così tanto spazio direi che non si può fare a meno di porsi il problema di  affrontarli e per lo meno ridurli.

Queste sono situazioni in cui l’intervento farmacologico e psicoterapia molto focalizzate sui sintomi come la psicoterapia cognitivo comportamentale sono spesso preferibili. Tutte le informazioni che probabilmente avrai già trovato su internet che descrivono la psicoterapia cognitivo comportamentale e l’esposizione con prevenzione della risposta  come  terapia standard per l’intervento sul doc dipende proprio dall’efficacia nella riduzione dei sintomi.

Criticità della psicoterapia cognitivo comportamentale

In questa indicazione c’è del buono e del cattivo. L’aspetto positivo, e che per alcune persone è centrale e deve essere la priorità, è l’efficacia nella riduzione dei sintomi, particolarmente quando una persona è motivata a ridurre questi sintomi e questi sintomi sono piuttosto invadenti.

Questo autentico punto di forza è però stato stiracchiato e usato per delle operazioni di marketing più o meno consapevoli che vorrebbero trasformare la psicoterapia cognitivo comportamentale nella Regina di tutte le psicoterapie, perché sarebbe la più scientifica. [Beninteso: in passato la psicoanalisi si è macchiata della stessa arroganza, se non peggiore. Lo scopo non è di decretare quale psicoterapia sia la migliore o la più onesta, ma di farne una descrizione il più obiettiva possibile]

In questo sicuramente c’è del vero: la psicoterapia cognitivo comportamentale si è posta il problema della credibilità scientifica e dello studio rigoroso dei propri interventi molto prima di altre forme di psicoterapia. Sicuramente prima della psicoanalisi.

Qui però ci sono due grossi problemi:

  • Uno è che non sempre i risultati che sembrano incoraggianti sulla carta lo sono nella realtà. Cioè, e però il problema è che non sempre questi sintomi vengono ridotti in un modo tale da modificare radicalmente la qualità della di vita della persona e non sempre questi risultati tengono nel tempo. Cioè quando si va a vedere come stanno le persone curate con la psicoterapia cognitivo comportamentale a distanza di mesi o di anni dalla fine del trattamento non sempre si trova che sono riusciti a continuare a stare bene. [Olatunji 2013; Shedler J (2010); Baardseth 2013]
  • Il secondo aspetto, ancora più fondamentale, è che la riduzione dei sintomi a volte è un pessimo criterio per giudicare l’andamento o l’efficacia di una psicoterapia. [Ladmanova 2025, ad esempio, mostra come la riduzione dei sintomi sia solo una parte dell’esperienza del miglioramento dei pazienti, che danno valore a capacità di comprensione di sé, capacità di produrre da sé cambiamenti positivi nella propria vita, relazioni più sane]

Questo io e i colleghi di TuoPsicologo lo vediamo continuamente.

Lo vediamo con alcune persone con doc, che non vogliono (giustamente) che i loro sintomi vengono toccati “fino a che non si sentono pronte”, semplicemente perché rischierebbero di vedere la loro ansia salire in modo smisurato senza avere in tanto guadagnato una strategia di gestione dell’ansia alternativa.

Questa non è per nulla una caratteristica esclusiva del doc, ma si ritrova in moltissime forme di sofferenza mentale. Noi ad esempio, occupandoci molto di ritiro sociale, interruzione degli studi e fenomeni simili ci troviamo costantemente davanti a persone che non sono per nulla motivate (di nuovo, giustamente!)  a modificare nell’immediato la loro situazione: “Io a scuola/al lavoro non ci voglio tornare”.

Queste persone non sono stupide, sanno benissimo che non rispettare i doveri sociali che hanno le mette nei guai. Eppure, questa è l’unica strada per l’autoliberazione che sono riuscite a trovare. [Ci sono persone che hanno bisogno di una conoscenza profonda di sé per migliorare; tendenzialmente queste persone sembrano quelle che beneficiano maggiormente dalla terapia psicoanalitica: Fonagy 2010]

Psicoterapia psicoanalitica del doc

Con molte persone col doc, ad esempio, capita di proporre una sorta di definizione di partenza del significato dei loro sintomi, fornendo delle spiegazioni personalizzate (ma che non vanno tutto sommato tanto distante da quello che abbiamo descritto in questo lungo articolo).

Successivamente a questa fase iniziale, però, tende ad emergere in modo più sostanziale la persona dietro ai sintomi, con tutte le questioni che riguardano le relazioni le ambizioni, i desideri, che sono poi le cose che sono al centro degli interessi di quella persona. Cioè, per tantissime persone, qualche piccolo sintomo ossessivo è tollerabile se si vive una bella relazione, se si è appagati e se si ha una direzione più chiara nella vita.

Questo significa che i sintomi allora ce li teniamo e basta? Assolutamente no. Il fatto è che , quando ci si occupa di problemi apparentemente più macroscopici, anche i sintomi iniziano ad avere più senso. Si inizia a parlarne non come delle specie di cose sporche di cui liberarsi, ma di qualcosa di coerente con il resto della propria personalità.

Bisogna ricordarsi che la maggior parte, se non tutte le cose che chiamiamo problema psicologico sono tratti della personalità che di per sé sono normali e utili [come si vede nell’articolo principale sul doc che ho scritto].

Con il doc questo lo vediamo in modo particolarmente chiaro:

  • se non fossimo in grado di interrogarci su quello che è giusto o sbagliato dentro di noi, come sarebbe possibile stare con gli altri?
  • Come potremmo capire se essere soddisfatti di noi stessi o non esserlo?

Il problema del doc è che questi meccanismi , che sono biologici e psicologici, sono finiti fuori controllo. È un problema di dosaggio, per così dire.

Vedremo, in particolare con l’esempio che chiude questo paragrafo, che la comprensione dei propri sintomi finisce per renderli irrilevanti e, quindi, anche per eliminarli.

Facciamo un piccolo passo indietro: prima mi lamentavo del fatto che ridurre una persona ai sintomi che sperimenta non è una buona idea. È un approccio, appunto, riduttivista: si considerano solo alcune caratteristiche di quella persona, magari perché si ritiene che sia vantaggioso (ad esempio per individuare “cosa non va in lei” e quindi eliminarlo, per farla stare meglio).

Credo che non sia scorretto dire che la psicoterapia cognitivo comportamentale fa per scelta proprio questa operazione:

  • decide quali sono i criteri secondo cui si possono identificare pensieri e reazioni, tratti di personalità desiderabili e indesiderabili e trova gli strumenti più efficaci e rapidi per dare più spazio a tutto quello che viene valutato come desiderabile.

L’ho già ripetuto diverse volte e spero di essermi espresso con chiarezza: ci sono delle situazioni in cui questo è molto desiderabile.

Quello che contesto, aspramente e senza riserve, è il fatto che si riducano gli interi bisogni di un essere umano da questa roba qui. Semplicemente, per alcune persone, individuare qualcosa di “sbagliato” da correggere non è la priorità e non è desiderabile.

Queste persone rimangono molto di frequente deluse dalla psicoterapia cognitivo comportamentale.

Altra puntualizzazione: ovviamente anche i terapeuti psicoanalitici sbagliano, prendendo in carico pazienti che non sono compatibili con il loro tipo di competenza. Il punto, di nuovo non è identificare i buoni e i cattivi, ma sforzarsi di avere un approccio razionale anche quando non c’è una soluzione chiara a problemi complessi. Ad esempio: oggi sappiamo indicare con precisione millimetrica quali persone otterranno i risultati più soddisfacenti da quale specifico intervento terapeutico, ad esempio con qualche test? No. Non ancora perlomeno. Al momento è necessario affidarsi all’esperienza del singolo psicologo, che ha il compito di capire insieme al paziente che cosa deve avere la priorità per lui.

Credo che l’impegno ad aiutare un paziente in questo percorso, capendo assieme a lui di cosa abbia veramente bisogno, con trasparenza e rigore, sia un tratto distintivo di TuoPsicologo.

Bisogna poi aggiungere: c’è anche un altro difetto importante nell’approccio riduzionista,  cioè la pretesa, talvolta implicita e molto spesso esplicita, che tutto quello che non  possa essere ridotto a dei criteri strettamente scientifici non avrebbe valore.

Ecco che emerge un problema dell’approccio “più ambizioso” della psicoanalisi, cioè del fatto di voler considerare le persone il più possibile nella loro complessità. Tutta questa complessità fa che si finisce a trovarsi davanti ad una massa così incredibilmente fitta di fenomeni che non si riesce più a studiarla in un modo rigorosamente scientifico. Semplicemente, ad oggi non abbiamo trovato un modo per farlo.

Questo, io credo, ha delle conseguenze su come si svolgono i trattamenti psicoterapeutici psicoanalitici. Ad esempio ha delle conseguenze sulla durata. Come è noto, le terapie psicoanalitiche durano mediamente di più delle terapie cognitivo comportamentali. (Non è che parliamo per forza di chissà quale numero esorbitante di anni, ma è sicuramente difficile chiudere una terapia psicologica vera e propria in 10-15 sedute, come promettono alcune forme di intervento breve).

Questo è fisiologico. Un po’ perché si tratta di processi complessi che richiedono più tempo per svolgersi.  Credo che dipenda anche dal fatto che essendo delle cose difficili da studiare, non siamo ancora stati in grado di conoscere così approfonditamente questi processi da ottimizzare i tempi della terapia.

Perché perché allora una persona dovrebbe imbarcarsi in una forma di psicoterapia che le problematica per alcuni aspetti, cioè che non è perfettamente scientifica e non è perfettamente ottimizzata?

Sostanzialmente, perché ne vale la pena. Cioè, si tratta di un metodo che ha dimostrato più e più volte di fornire degli strumenti capaci di modificare in modo stabile e duraturo il funzionamento mentale delle persone.

Questo è molto di più rispetto al fatto di avere qualche sintomo in meno: vuol dire riuscire ad essere più capaci di soddisfare i propri desideri. Vuol dire essere, sostanzialmente, più liberi.

Esempio clinico di psicoterapia psicoanalitica del doc aggressivo

Vediamo come può funzionare, nella pratica, una psicoterapia psicoanalitica del doc aggressivo.

Fabrizio ha 35 anni  e sta progettando di sposarsi con la sua compagna Alma. È molto che stanno assieme, sono una coppia solida e, per farla breve, la ama.

I due non hanno ancora fissato una vera è propria data per le nozze però un po’ che ne parlano e hanno tutte le intenzioni di fissare presto. Hanno aspettato di raggiungere una stabilità economica soddisfacente e c’è voluto un po’ più di tempo di quanto non avrebbero  sperato. Per loro è un passaggio importante perché desiderano allargare la famiglia sono d’accordo sul fatto di sposarsi prima di mettere in cantiere un bambino. Questi progetti sono condivisi da entrambi e sia Fabrizio che Alma condividono dei principi molto chiari per loro: ad esempio, entrambi, si sentono in dovere di sposarsi prima di mettere al mondo un figlio perché sentono che il modo migliore di garantirgli sicurezza e stabilità.

Non c’è motivo di pensare che Fabrizio non sia convinto di questi progetti anche se a lui sono iniziati a venire dei dubbi: da qualche tempo quando sul divano con Alma a fine giornata immagina di strangolarla mentre stanno guardando una serie insieme. Comprensibilmente, la cosa disturba molto Fabrizio che prova a rassicurarsi con dei rituali mentali in cui ripete a se stesso che non è vero niente, che lui ama Alma e che saranno felici insieme.

Questo tipo di pensiero non è una cosa del tutto estranea per Fabrizio. Nella tarda adolescenza aveva già sperimentato dei pensieri ossessivi di varia natura. Sia aggressiva nei confronti dei genitori, in particolare della madre, sia di contenuto sessuale: era preoccupato di potersi innamorare del suo migliore amico. Affrontava questi pensieri con lo stesso tipo di rituale mentale.

All’epoca aveva fatto una terapia che l’aveva aiutato a gestire questi pensieri, che successivamente si erano sostanzialmente spenti.

Nel tempo, ha mantenuto solamente qualche rituale di controllo a cui non dava molto peso, perché non erano troppo invadenti nella sua vita quotidiana.

In questo momento, Fabrizio non capisce perché quei pensieri siano tornati fuori dopo tanti anni. Ha paura di non essere più innamorato della sua compagna e di dover rivedere tanti anni di rapporto insieme.

Come possiamo vedere, questa preoccupazione esprime già il tentativo spontaneo da parte di Fabrizio di dare un senso al suo sintomo, come facciamo per tutte le cose importanti della vita.

Di solito Fabrizio non litiga molto con Alma… e non ce n’è motivo! Generalmente vanno piuttosto d’accordo. Mentre esploriamo questo argomento viene fuori che sin da piccolo Fabrizio è stato molto scoraggiato all’espressione della rabbia, in particolare dalla sua mamma. Fabrizio descrive la madre come una persona estremamente dolce che aveva avuto una vita un po’ dura e che aveva cercato di affrontarla cercando di essere il più possibile sorridente.

Solitamente, se Fabrizio aveva un problema o entrava in conflitto con un amico, la mamma gli consigliava di trovare un  modo di chiudere il litigio e ritrovare la serenità, anche a costo di non vedersi riconoscere le proprie ragioni. Per la mamma  si trattava semplicemente di qualcosa di meno importante, rispetto alla serenità.

Fabrizio, a volte nascondeva alla mamma qualcuno di questi conflitti per non darle dispiacere. Un altro fatto rilevante è che, da adolescente, a volte diventava improvvisamente incredibilmente testardo su alcune cose, arrivando ad urlare e a fare una scena enorme se non veniva  accontentato in qualche sua richiesta (ad es. di essere accompagnato in uno specifico luogo di ritrovo). Alla fine, di solito non gli interessava nemmeno più tanto di ottenere quello che chiedeva perché era semplicemente così frustrato da essere inconsolabile.

Fabrizio, comunque, non ha mai avuto una gran voglia di litigare nella sua vita.

Il terapeuta gli fa vedere che probabilmente sarebbe stato utile che qualcuno gli avesse insegnato ad esprimere un po’ di rabbia visto che ci sono delle situazioni nella vita in cui è inevitabile (ad esempio quando si rischia di subire un sopruso). La sua mamma, così dolce, rischia di “averci messo su carico da 90”, in modo del tutto inconsapevole. Ha finito cioè di rafforzare questa tendenza in Fabrizio e anche di scoraggiarlo indirettamente ad ammettere di avere pensieri rabbiosi che, per così dire, avrebbero potuto deluderla.

Parlare del passato aiuta Fabrizio ad avere un’immagine più chiara di come sia lui nel presente: ad esempio, gli capita anche con Alma di avere paura di deluderla, così a volte prova ad anticipare i suoi desideri.

Insomma, a questo punto ci vuole poco per vedere che Fabrizio a volte si mette in trappola da solo. Fa delle rinunce che non gli sono state richieste. Ad esempio evita di vedere i suoi amici nel fine settimana, per non togliere tempo al weekend con Alma, ma nelle serate infrasettimanali è quasi sempre troppo stanco per vederli: finisce per non vederli mai.

C’è una seduta in cui Fabrizio racconta di essere andato al centro commerciale, trascinato da Alma, perché non avevano di meglio da fare. Nessuno dei due si è divertito granché: è una cosa che a lui non piace fare e lei ci sarebbe andata più volentieri con la propria mamma, con cui avrebbe ha avuto più tempo per guardare le cose nei negozi.

Il terapeuta scherza con Fabrizio sul fatto che sembra uno di quei fine settimana disastrosi in cui non si riesce a indovinare bene che cosa si vuole fare e se finisce per buttare il tempo e pentirsene. Fabrizio è d’accordo. Il terapeuta allora rilancia, dicendo che quella è proprio una di quelle situazioni in cui, anche se Alma non ha colpe, non sarebbe strano essere un po’ arrabbiati nei suoi confronti. Fabrizio allora  tira fuori diverse spiegazioni per cui non sarebbe giusto essere arrabbiati con Alma per via di una cosa del genere.

Il terapeuta allora gli fa notare che ha ragione, non è né bello né giusto e che gli sembra proprio che Alma nob abbia voluto farlo annoiare apposta. Non si può fare niente, però, davanti al fatto che Alma gli ha fatto fare una cosa che lui non aveva molta voglia di fare e che Fabrizio ha detto di sì senza pensarci tanto. È importante diventare consapevoli di queste cose perché altrimenti si rischia di farle pagare all’altra persona! Fabrizio, a questo proposito, sa di aver fatto un po’ di resistenza passiva durante tutta la “gita”, trascinando i piedi e sedendosi appena possibile sulle panche seminate fra i vari negozi (un pessimo compagno di gita, insomma!). Fabrizio allora si rende conto che effettivamente era un po’ seccato, non si può dire di no. In effetti tendeva a rispondere a monosillabi ad Alma.

Questo è un piccolo esempio di un tema molto più grande: Fabrizio è una persona così responsabile che dà una grande importanza al matrimonio. Lo vive come una promessa solenne. Questa è una caratteristica di sé che gli piace moltissimo perché sente che lo legherà in modo ancora più intenso ad Alma.

Fabrizio fa più fatica a vedere, però, che c’è un altro lato nella faccenda: Fabrizio probabilmente teme che questo lo renderà meno libero e che finirà per togliere ancora più spazio ai suoi desideri. Particolarmente da quando arriverà un bambino, pensiero che suscita ancora più profondamente il suo senso del dovere.

Piccoli esempi come quello della domenica al centro commerciale sono importanti perché fanno toccare con mano a Fabrizio l’importanza di non soffocare completamente i propri desideri. Sono cose a cui deve imparare a dare spazio, altrimenti rischia di sentirsi soffocato: questo soffocamento si può esprimere con un comportamento antipatico con la compagna ma anche con le ossessioni aggressive che la vedono protagonista.

Esaminare insieme questo tipo di di contenuti, apparentemente banali, permettono a Fabrizio di vedere una miriade di  piccole situazioni in cui emergono le sue difficoltà ad esprimere un po’ di rabbia nei confronti di Alma. Parliamo di rabbia normale, tra l’altro quella che serve alla semplice autoaffermazione. Alma stessa è molto più disponibile di quanto non sia lui a riconoscergli l’importanza dei suoi desideri, tra l’altro, e lo invita a fare cose come sacrificare qualche pezzo di weekend insieme per vedere gli amici.

Col tempo, Fabrizio inizia a vedere il collegamento fra questo bisogno di non manifestare nessuna forma di rabbia nei confronti di Alma e pensieri ossessivi e aggressivi contro di lei. Quei pensieri ossessivi sono delle ribellioni della parte di Fabrizio che ha bisogno di esprimere rabbia e che, se non trova spazio, fa emergere la rabbia in una forma esasperata e spaventosa.

Man mano che Fabrizio impara a concedersi nella pratica una maggiore libertà, i suoi pensieri ossessivi diventano meno frequenti: non hanno più motivo di esistere.

Affrontare il DOC Aggressivo: Il Valore di un Percorso Condiviso

Come abbiamo visto in questo lungo viaggio all’interno della mente ossessiva, la paura di perdere il controllo e i pensieri intrusivi violenti non sono il segnale di una natura malvagia, ma il sintomo di difficoltà nella gestione delle emozioni e di un senso di responsabilità ipertrofico. Comprendere il funzionamento del disturbo è il primo passo, ma per disinnescare davvero il “megafono” delle ossessioni è spesso necessario un lavoro psicologico mirato, capace di andare oltre la semplice superficie del sintomo.

Presso il nostro studio TuoPsicologo, offriamo percorsi di psicoterapia mirati sia in presenza a Padova sia online, dedicati specificamente al trattamento del DOC nell’età adulta e in quella delicata fase evolutiva che è l’adolescenza.

Non ci limitiamo ad applicare un protocollo rigido: lavoriamo insieme a te per comprendere la tua storia personale, aiutandoti a ritrovare la sicurezza nelle tue relazioni e una piena stima di te stesso. Se tu o tuo figlio state attraversando un momento di sofferenza legato al dubbio ossessivo, ti invito a contattarci per fare il punto della situazione e valutare, senza giudizio e con trasparenza, il percorso più adatto alle tue esigenze.