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Adolescenti che non vogliono uscire di casa: cosa fare?

Adolescenti che non vogliono uscire di casa: Guida pratica alla comunicazione e al supporto

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Adolescenti che non vogliono uscire di casa: come comportarsi

Le cause possono essere diverse: difficoltà nelle relazioni sociali, problemi di autostima, esperienze negative con i coetanei, ansia o umore depresso. In molti casi il ritiro è un modo per proteggersi da situazioni percepite come troppo dolorose.

No. Esiste un continuum: da fasi temporanee legate alla crescita fino a forme più strutturate di ritiro sociale. Diventa preoccupante quando il comportamento è persistente e centrale nella vita del ragazzo.

Evitare di minimizzare, forzare il ragazzo a uscire, togliere le sue fonti di piacere (telefono, videogiochi) o usare un approccio autoritario. Queste strategie tendono a peggiorare la chiusura.

No. L’hikikomori è una forma estrema di ritiro. Molti adolescenti mostrano segnali più lievi o parziali, che non corrispondono a quel quadro. Oggi “hikikomori” viene usato spesso come termine ombrello, però.

Adottare un atteggiamento empatico, non pressante, e costruire una presenza accettante. È fondamentale distinguere tra pigrizia e reale difficoltà psicologica.

Dipende. Con adolescenti ansiosi può essere utile proporre piccoli passi progressivi. Con quelli più depressi è spesso necessario prima ricostruire autostima e sicurezza.

Usando un linguaggio non accusatorio e mostrando interesse autentico. Meglio esprimere desideri (“mi manca stare con te”) piuttosto che richieste o obblighi.

Quando compaiono segnali come inversione del sonno, trascuratezza personale, isolamento rigido o ritiro prolungato nel tempo.

Dati sulla sindrome hikikomori in Italia nel 2026

Il tema dell’isolamento sociale negli adolescenti è qualcosa che mette sempre più in allarme i genitori. I numeri che circolano sono sempre più allarmanti, con stime che vanno dai 50.000 ai 200.000 adolescenti in ritiro sociale nella sola Italia.

L’andamento generale era questo già prima della pandemia da COVID-19, ma da quell’evento in poi le cose paiono solo peggiorate, tant’è che il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) stima che ben il 10% degli studenti italiani sia a rischio di sviluppare una qualche forma di ritiro sociale, anche se c’è da dire che quest’ultimo dato non distingue fra situazioni gravi e situazioni lievi.

Questo è un punto cruciale: quando parliamo di una tendenza all’isolamento negli adolescenti, parliamo di una gamma molto ampia di sfumature, dalla difficoltà ad avere rapporti sociali con i coetanei fino alla reclusione volontaria in casa o nella propria stanza. [Ne ho parlato molto in dettaglio qui: problemi di socializzazione in adolescenza]

Questa situazione rappresenta non solo una fonte di sofferenza per gli adolescenti che sono coinvolti, ma anche una fonte infinita di preoccupazione e autocritiche nei loro genitori.

Un approccio consapevole e sereno nei genitori può essere fondamentale, proprio perché sono fondamentali per il recupero della serenità dell’adolescente che non esce di casa.

È un tema di cui mi sono occupato varie volte, ad esempio analizzando più nel dettaglio le motivazioni al ritiro, cioè che cos’è che spinge un adolescente a ripiegarsi su di sé. Se si indagano queste motivazioni si scopre che i ragazzi e gli adulti che hanno esperienze di ritiro tendono a essere persone alla ricerca di un modo di ricostruire la propria autostima e di dimostrare a loro stessi il fatto che hanno valore. Per cercare questo valore è come se avessero particolarmente bisogno di ripiegarsi su loro stessi, mettendo contemporaneamente a tacere tutti gli stimoli esterni che li fanno soffrire troppo.

Come dicevo, ci sono tanti motivi per cui un adolescente può non uscire di casa. A volte si tratta di chiusure temporanee, ad esempio che vanno intese come delle semplici fasi di passaggio della crescita. In altri casi le ragioni predominanti sono quelle esterne, cioè può essere successo qualcosa nel solito gruppo di amici che obbliga il ragazzo a rivedere le sue frequentazioni, e questo richiede tempo. Le situazioni che descrivo qui sono quelle in cui il fatto di non uscire di casa è diventato centrale, per la personalità di quell’adolescente. Come dicevo, non tutte queste situazioni sono uguali, ed è per questo che è importante concentrarsi sui meccanismi psicologici specifici che sostengono il comportamento.

Oltre lo stereotipo: Il nuovo volto del ritiro sociale (Focus Femminile)

Dal mio punto di vista, questo è un fenomeno che in adolescenza non può essere descritto senza passare da un libro che ha esercitato un’influenza diretta e indiretta enorme sulla percezione di questo fenomeno. Il libro in questione è “Hikikomori” di Tamaki Saito.

Questo è il libro che costruisce anche il modello o lo stereotipo dell’adolescente che non esce di casa, cioè il modello dell’adolescente maschio che passa il suo tempo diviso fra videogiochi e anime, spesso brillante anche a scuola, fino a un momento di crisi a partire dal quale le cose hanno subito un tracollo, abbandonando la scuola, le frequentazioni al di fuori della famiglia e a volte limitando al minimo indispensabile i contatti all’interno della famiglia stessa.

Saito è molto onesto nel dire che quelli che sta descrivendo in quel momento non sono gli hikikomori in senso assoluto, ma semplicemente quello che ha potuto osservare lui in veste di psichiatra con il compito di occuparsi di questi ragazzi.

Saito ci ha fatto un regalo enorme con le sue osservazioni, perché ci ha dato un modello di partenza che ci permette di identificare un problema e di iniziare a capirlo meglio. Ad esempio, dice che i ragazzi che si ritirano volontariamente dalla vita sociale sono caratterizzati dal fatto di non riuscire a portare a termine i normali compiti evolutivi dell’adolescenza. È come se non riuscissero a crescere. Il titolo completo dell’edizione inglese, ad esempio, è “Adolescence Without End” (adolescenza senza fine). Non so se l’edizione originale giapponese avesse lo stesso sottotitolo, ma in ogni caso è un riassunto molto efficace delle osservazioni dell’autore.

Questo vuol dire che tutti gli adolescenti che non escono di casa corrispondono a questo modello, in vari gradi di intensità che vanno dal far fatica a socializzare all’essere chiuso nella propria stanza come un vero e proprio hikikomori?

Credo che la risposta più onesta sia che non lo sappiamo dire con certezza.

Ritiro sociale femminile negli adolescenti

Sarei un po’ prudente, ad esempio, sui dati usciti di recente che suggeriscono un sorpasso delle ragazze sui ragazzi per quanto riguarda la tendenza all’isolamento, perché le dimensioni del campione su cui si fanno queste indagini e i parametri che si usano per dire chi è isolato e chi no possono fare molta differenza.

Le osservazioni qualitative, cioè quelle che puntano a definire il senso di quello che si sta osservando più che a quantificarlo, al contrario possono essere molto interessanti: i motivi dietro all’isolamento che vengono raccontati dalle ragazze che si isolano sono in parte sovrapponibili a quelle dei ragazzi, in parte no.

La parte sovrapponibile è quella che riguarda la percezione di una competizione sociale eccessiva, ad esempio a scuola. Il rifiuto della scuola è un elemento molto caratterizzante di tante situazioni di isolamento sociale negli adolescenti. Le ragazze tendono anche a mettere l’accento sulla sensazione di non potersi mai considerare sufficientemente attraenti sul piano estetico, più spesso che i ragazzi.

Cosa ci deve importare di tutto questo? Se noi andiamo a vedere quali sono le cose di cui si lamentano i ragazzi e le ragazze che non escono di casa, vediamo che i contenuti magari sono diversi, ma che sono cose che hanno tutte a che fare con l’autostima.

Ora iper-semplifico un attimo, ma solo allo scopo di capirsi: se un adolescente maschio ci dice che è preoccupato per le sue prestazioni nello sport, a scuola, o a proposito di quanto meno carismatico si senta rispetto ai coetanei, ci sta dicendo quasi la stessa cosa di una ragazza che ci dice che il suo corpo non le va bene e che non vuole essere esclusa dal gruppo delle amiche. Tutti questi adolescenti stanno parlando delle cose che hanno a che fare con la costruzione di un’opinione positiva o negativa di loro stessi.

La tendenza a isolarsi può certamente essere più diffusa in un sesso che nell’altro, come avviene per mille altre caratteristiche psicologiche. (L’idea prevalente, appunto, è che sia una forma di soffernza psicologica particolarmente diffusa nei maschi, più che nelle femmine). Questa particolarità, però è una cosa che interessa soprattutto a chi studia questi fenomeni.

Al genitore che si deve relazionare con un adolescente in difficoltà interessa capire una cosa un po’ diversa: è importante capire come funziona la sua testa per rapportarsi con lui nel modo più efficace.

Cosa devono capire i genitori

Questo è importante perché i genitori oggi trovano mille informazioni su questo tema e possono fare fatica ad orientarsi. Ad esempio, i genitori rischiano di non accorgersi che oggi chiamiamo ritiro sociale delle cose diverse, perché usiamo lo stesso termine per definire dei fenomeni diversi.

Ad esempio, il ritiro sociale come viene definito da Tamaki Saito assomiglia a un’entità a sé stante, ad un’etichetta diagnostica diciamo. In quel senso lì si parla di “avere il ritiro sociale” come si potrebbe avere la depressione.

Questo non è l’unico modo di parlare di ritiro sociale. Michele Procacci, ad esempio, parla di ritiro sociale come una condizione trasversale a diverse situazioni di sofferenza psicologica. Ha curato un libro che si chiama appunto “Ritiro sociale“, in cui ci sono autori che scrivono un capitolo del ritiro sociale nell’autismo, altri che descrivono il ritiro sociale nella depressione e via di questo passo. Parliamo di un approccio completamente diverso, che non c’entra più col profilo unico dell’adolescente in ritiro sociale di cui abbiamo discusso fino ad adesso.

La risposta pratica che darei a un genitore per orientarsi in questo universo così complesso è che, di solito, quando i genitori sono preoccupati per un ragazzo che non esce di casa, nella gran maggioranza dei casi stanno parlando di dinamiche di ritiro sociale come quelle che descrivevamo prima, cioè come un modo specifico di esprimere una sofferenza psicologica che riguarda ragazzi che hanno bisogno di costruire un’autostima più solida mettendosi, diciamo così, in pausa rispetto al loro mondo sociale.

Ci sono effettivamente anche genitori preoccupati per la chiusura o la difficoltà a uscire di casa di figli che però hanno caratteristiche che non c’entrano niente o c’entrano marginalmente con dinamiche legate all’autostima, all’umore, eccetera.

Queste sono però una minoranza di casi, in cui è frequente che i genitori osservino anche altri elementi, anche più caratterizzanti di quella situazione di difficoltà che vivono. Diciamo che in questi casi il ritiro c’è ma non è così centrale.

Specifico che questa è una mia lettura personale di dati che non hanno una interpretazione univoca! Il motivo per cui la condivido è per aiutare le persone a orientarsi un po’ meglio in un tema complesso in cui la confusione può nascere dal fatto che può avere senso parlare di ritiro sociale

  • sia per ragazzi che hanno lasciato la scuola ma continuano a frequentare un piccolo gruppo di amici,
  • sia per ragazzi che la scuola la frequentano, ma quella rappresenta l’unica attività che fanno fuori di casa,
  • sia per gli hikikomori completamente chiusi nella loro stanza,
  • ma anche per ragazzi che frequentano la scuola ed escono un po’ ma sembrano fare tutto con una certa fatica.

Ha senso mettere nello stesso gruppo adolescenti apparentemente così diversi perché condividono gradi diversi di intensità degli stessi meccanismi psicologici.

Quando ci si chiede cosa fare davanti a un figlio che non esce mai di casa, la comprensione di questi meccanismi è il punto di partenza essenziale.

Cosa non fare: 3 errori che complicano la comunicazione

Diciamo prima di tutto cosa non bisogna fare.

I – Prima di tutto bisogna evitare di minimizzare la situazione come se quel ragazzo potesse semplicemente scegliere di comportarsi diversamente da un momento all’altro. È utile pensare che è come chiedere a una macchina senza carburante nel serbatoio di riuscire a mettersi in moto. Semplicemente non è possibile. Bisogna evitare di spingere questi ragazzi a uscire e vedere altre persone a tutti i costi, a meno che non si abbia motivo di pensare che siano già un po’ in procinto di farlo per i fatti propri. Quando accettano di farlo per fare contenti i genitori, spesso l’esito è disastroso, e rischiano di misurarsi semplicemente con delle nuove frustrazioni che possono portarli a chiudersi ancora di più.

II – Bisogna evitare di togliere le fonti di piacere e coinvolgimento che questi ragazzi hanno a disposizione. È controintuitivo, ma togliere il telefono, la connessione Internet, la PlayStation non serve a togliere un motivo in più per stare in casa e aiutarli così a uscire. Semplicemente, è qualcosa che impoverisce la loro quotidianità e che rischia di tagliare fuori le opzioni che hanno per tornare a sentirsi a proprio agio con gli altri. I videogiochi, ad esempio, buona parte delle volte hanno un effetto piuttosto positivo, perché forniscono l’occasione di sentirsi piano piano più a proprio agio con i coetanei su un terreno che conoscono e dominano meglio.

III – Diventare autoritari e fare la voce grossa non serve. Non è che siano cose che non servono in assoluto; sono cose che servono quando producono un senso di colpa tollerabile in un adolescente. L’adolescente, cioè, deve poter pensare “I miei genitori mi stanno dicendo che se io mi comporto così non va bene e non mi piace vedermi sotto questa luce. Mi sento allora motivato a cambiare il mio comportamento per poter avere un’opinione diversa, più positiva di me”. Se un ragazzo fa veramente fatica ad uscire di casa, questa possibilità non è in grado di darsela. Fare la voce grossa con lui serve solo a farlo sentire mortificato, perché di solito si vergogna già a sufficienza di non essere capace di fare le cose che ci si aspetta da quelli della sua età. Prenderlo male le parole lo appesantirà solo di più.

Come comportarsi giorno per giorno

Sostanzialmente, come abbiamo visto, essere punitivi non serve a granché.

Bisogna mostrare di saper riconoscere la differenza tra pigrizia e ritiro sociale, cioè fra decisione volontaria di pensare solo a sé e difficoltà a fare alcune cose.

Il ragazzo pigro può darsi una mossa; quello che fa fatica ad uscire, sostanzialmente no.

L’atteggiamento più corretto è, almeno all’inizio, un atteggiamento prevalentemente empatico. Sono ragazzi che hanno bisogno di sentirsi più buoni, belli, interessanti e capaci.

Chi si chiede, ad esempio, come parlare a un figlio che si isola senza litigare, è perché di solito ha già sperimentato che è richiesto un tatto che sembra esagerato nell’approccio a questi ragazzi. È come se fossero in una condizione di ipersensibilità che deve spingere gli adulti a rimandare le critiche e le responsabilizzazioni a un momento successivo.

Questo ha senso perché questo è il momento di rifarsi le ossa.

Le strategie pratiche utili ai genitori di adolescenti ritirati sono fondamentalmente strategie che riguardano la gestione degli aspetti relazionali.

Come abbiamo già visto, è importante non essere insistenti, spronare ad uscire o fare altre richieste prima che sia arrivato il momento. È come se bisognasse rimandare al ragazzo l’idea che si accetta quella situazione di ritiro, almeno per il momento.

Può sembrare assurdo, visto che il tempo passa e quel ragazzo sta trascurando cose importanti come le amicizie e gli impegni, ma sono cose da affrontare quando si potrà. Puntare subito a quello è come stendersi infreddoliti sul divano e dargli fuoco invece di mettersi addosso una coperta. Non si raggiunge il risultato di stare bene, si distruggono i presupposti per poter raggiungere lo scopo.

Bisogna avere, cioè, una presenza discreta ed accettante.

Adattare l’atteggiamento alla personalità del ragazzo

…ma è sempre necessario essere così passivi?

Questo dipende molto dalla personalità del ragazzo in questione e da come vede le proprie difficoltà.

Ci sono ragazzi che sono prevalentemente ansiosi e che vivono con disagio i loro problemi nei rapporti con gli altri. È una cosa di cui sono scontenti e di cui vogliono liberarsi.

Questi sono i casi in cui si può essere più attivi nel fare piccoli passi per uscire di casa. Bisogna partire da cose che sono vicine a livello di difficoltà accessibile a quell’adolescente.

Se un ragazzo tende a isolarsi quasi completamente, ad esempio, può essere importante partire ad esempio dal fatto di mangiare assieme. Si può arrivare poi a fare una piccola passeggiata in un luogo isolato. Lo si può invitare a scrivere all’amico più di lunga data e fidato che ha.

Soprattutto: spesso è sufficiente dire “bravo!” quando riesce a fare qualcosa che si colloca ai limiti della sua capacità di tolleranza, come mettere il like alla storia di un amico su Instagram. Insomma, fa una cosa che solitamente avrebbe paura di fare, ad esempio se pensa che a quell’amico possa essere infastidito dal suo messaggio (per qualche motivo apparentemente assurdo).

Ci sono ragazzi con cui tentativi simili sono invece un disastro. Sono ragazzi che hanno bisogno, pur temporaneamente, del ritiro. Questi ragazzi dal punto di vista di uno psicologo hanno un aspetto più depresso che ansioso. A loro va soprattutto rimandato il messaggio: “Tu mi piaci e mi piace stare con te. Le cose che fai sono belle e interessanti”. Saranno loro, a un certo punto, a dare un segnale di maggiore disponibilità a fare cose faticose oppure a farle in segreto per i fatti propri e raccontare come se la sono cavata.

Puntualizzo una cosa: su queste cose non si può recitare; è importante sottolineare le caratteristiche di cui si ha un’opinione sinceramente positiva.

Non occorre, poi, fare dei grandi misteri su questo procedimento. Faccio l’esempio di come può essere un passaggio di questo tipo in una seduta fra un giovane paziente e lo psicologo:

Elia dice con noncuranza che ha postato su Instagram una storia con una foto dei suoi coltellini Opinel. Non serve nemmeno dirlo: nella foto, che mi viene mostrata come una semplice curiosità, non c’è traccia di Elia stesso. Ci sono i tre coltelli sulla sua scrivania, disposti in una piacevole asimmetria.

Elia commenta “ma sì, chissenefrega”. Ma entrambi sappiamo benissimo che lui non posta mai niente, e che quindi l’evento è significativo. Elia si presenta al mondo come “maschio tutto d’un pezzo” e non gli vanno le smancerie come commenti su quanto sia importante il fatto che lui dia al mondo un segnale della sua esistenza, etc. Bisogna essere un po’ prudenti a riconoscere questa significatività. Ci si può attenere però al contenuto della foto, ad esempio.

Io, lo psicologo, posso mostrare interesse sincero dicendo che quando facevo gli scout c’era un ragazzo fissatissimo con gli Opinel, ma che né allora né adesso io ho capito come mai suscitino tutto questo entusiasmo. Davanti a questo tipo di invito indiretto è facile che le persone abbiano voglia di raccontare qualcosa di più delle cose importanti per loro. Quando Elia mi spiega la bellezza e il valore di quegli specifici coltellini, allora io gli posso fare presente che mostrandomi queste cose mi ha fatto scoprire qualcosa di interessante e mi ha fatto un regalo anche più personale, facendomi capire meglio quello che forse sentiva anche il mio amico degli scout. Gli posso dire allora che il senso di mostrare qualcosa di sé come lui ha fatto nella storia di Instagram è proprio quello di creare questi collegamenti fra persone. “Gli altri possono essere felici di entrare in contatto con te, li tocchi in modo più o meno intenso sul piano emotivo”.

Elia (e tanti altri ragazzi con un atteggiamento simile) potrebbero dire che esagero e che lui ha messo solo una foto di coltelli e di cui magari non frega niente a nessuno. Come dicevo, non c’è bisogno di nessuna magia particolare o che lui mi creda su tutto quello che dico: gli posso spiegare benissimo che parliamo di queste cose perché Elia ha meno fiducia della media delle persone in merito all’effetto che pensa di avere sugli altri.

Se non si espone, è impossibile che veda quanto gli altri possano essere contenti di conoscerlo.

Ovviamente, posso aggiungere, io gli ho raccontato di quel ragazzo conosciuto agli scout che condivideva con lui la passione dei coltelli, per fargli vedere come qualcosa di così semplice e importante stesse succedendo anche nel rapporto fra noi due. Il fatto che si tratti di un rapporto fra psicologo e paziente non lo rende meno autentico: il nostro è semplicemente un rapporto fra persone che ha delle regole speciali, cioè che io ho il compito di fare attenzione a fargli vedere le cose che gli sono utili e che lo possono far stare meglio, ma il punto è proprio il fatto che, se questa roba funziona, è perché viviamo e vediamo insieme quello che normalmente succede fra le persone. Procurarsi la vicinanza degli altri non è né difficilissimo né straordinario come Elia pensa.

Come comunicare senza innescare il rifiuto

È importante, insomma, non fare finta che non uscire di casa e avere pochi o nessun amico non siano un problema. Se il ragazzo che si ha di fronte non lo riconoscesse, non ci sarebbe nemmeno modo di stare lì a parlarne.

Questa è una cosa che può essere riconosciuta, ma che deve rimanere sullo sfondo per la maggior parte del tempo. Ci si occuperà di quello di cui è possibile occuparsi in quel momento lì, cioè basandosi sulle risorse che ha quel ragazzo.

Come dicevo, all’inizio è importante evitare tutto quello che può essere avvertito come un’accusa o rimprovero.

Se il ragazzo in questo periodo non viene a cenare con il resto della famiglia, ad esempio, non ha senso dire “fa’ uno sforzo” oppure “fallo per me” o “è un tuo dovere”. Queste sarebbero tutte cose che funzionano con un ragazzo che sta giocando a tirare la corda, ad esempio per discutere dei limiti. Con i ragazzi che non escono di casa le cose non stanno così: di solito hanno chiarissimo in mente il fatto che sarebbe il loro compito mangiare con il resto della famiglia e si sentono abbastanza in colpa per quello di cui pure sentono il bisogno.

Dirgli una cosa come “mi manca mangiare con te, te la senti?” non è solo un giro di parole o una specie di strategia. È un modo per fargli vedere che si riconosce che ha bisogno di tempo, che si desidera stare con lui e che è importante che tenga a mente che il problema di aprirsi agli altri continua ad esistere. Dire di “sì”, appena sarà possibile, è qualcosa che serve a lui.

Quando è il momento di chiedere aiuto professionale?

Come ho suggerito già all’inizio, esistono tanti gradi di ritiro sociale. Come sempre, quando si parla di condizioni adolescenziali, bisogna stare attenti nella valutazione di quello che sta succedendo. Bisogna vedere se quel ragazzo ha le risorse per farcela da sé oppure no.

Manifestazioni depressive più marcate, come inversione del ritmo sonno-veglia, trascuratezza nella cura di sé, chiusure più rigide sono segnali da prendere seriamente perché devono suggerire che quel ragazzo non ce la sta facendo a rimettersi in carreggiata da solo.

Io e i colleghi di TuoPsicologo abbiamo esperienza sia nel sostegno a ragazzi che hanno bisogno di una spinta in più per far ripartire la loro crescita normale, sia di situazioni di vero e proprio hikikomori. Se hai dubbi su quello che sta vivendo tuo figlio, può valer la pena di confrontarti con psicologi che si occupano di adolescenti come noi, in modo da avere dei parametri chiari per capire prima di tutto meglio la sua situazione e trovare, se necessario, qualcuno in grado di aiutarlo.