Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Improvvisamente ha deciso e lo sport che praticava da anni con soddisfazione non è più una cosa per lui. Dalla comunicazione: “Mamma, papà, io non ci vado più“.
È normale preoccuparsi di una cosa così perché lo sport può essere una di quelle attività che occupano una parte consistente del tempo dell’adolescente e anche che lo aiutano a crescere sia dal punto di vista fisico che sociale.
In questo articolo vedremo che informazioni ci può dare su un ragazzo una decisione del genere, sia quando si tratta di un passaggio di crescita che quando invece indica un segnale che deve dare qualche preoccupazione.
Perché gli adolescenti abbandonano lo sport?
Perché gli adolescenti mollano lo sport ?
L’abbandono sportivo in adolescenza è una cosa assolutamente comune, ma le cause possono essere piuttosto varie.
Un normale segnale di crescita e autonomia
Ad esempio, abbandonare lo sport può essere un segnale di crescita: “Questa attività non mi rispecchia più”. Magari sono cambiate le condizioni, ha iniziato a svolgerla mentre era un bambino, nel frattempo le persone della squadra sono cambiate, il clima stesso è diventato diverso e lui potrebbe avere scoperto di essere fatto in un modo che non è più compatibile con quell’attività.
Gli adolescenti sono certamente un po’ affrettati in queste decisioni, e non è strano che un’attività abbandonata in adolescenza venga ripresa più tardi, nel corso della vita, quando può assumere un altro significato. Spesso però gli adolescenti hanno bisogno di affermare con forza: “Questo non sono io! Per cui non lo voglio più fare”.
Sottolineerei un altro paio di elementi di quando l’abbandono dello sport è un passaggio di crescita normale.
- Il primo è molto simile a qualcosa che può avvenire anche con la scuola, ad esempio: “Quanto sono stato io a decidere di svolgere questa attività e quanto c’è invece lo zampino dei miei genitori? È una cosa che sto facendo perché lo desidero io o per soddisfare delle aspettative?”. Quando gli adolescenti sentono puzza di dipendenza infantile, diciamo, possono essere fortemente tentati di fare qualsiasi cosa li aiuti a recidere il cordone ombelicale.
- Un altro dettaglio importante ha a che fare con un’altra sfumatura della strada verso l’autonomia: l’individuazione. “Per essere me stesso ho bisogno che le attività che svolgo siano lo specchio dell’immagine che ho di me. Lo sport o questo sport, almeno, non lo è più“. Qua l’adolescente può trovare mille spiegazioni per questo nuovo punto di vista. Ad esempio può decidere che un clima eccessivamente competitivo non fa per lui o, al contrario, che un ambiente troppo rilassato non è abbastanza stimolante. Può anche decidere di sostituire l’identità di sportivo con altre identità, come quella di appassionato di teatro o di musica (come se le due cose dovessero escludersi!).
Il disinvestimento: quando la fatica non ha più senso
Prima di passare a parlare dell’abbandono dello sport come conseguenza di difficoltà dell’adolescente, vale la pena di spendere qualche parola su un aspetto complementare che può fare anche da innesco.
Alcune volte è l’ambiente sportivo a non essere particolarmente salutare o a non essere compatibile con uno specifico ragazzo. Sia ben chiaro, intendo dire che un’associazione sportiva si può ammalare, diciamo così, come qualsiasi altro gruppo.
Ad esempio, può capitare che le ambizioni degli adulti coinvolti diventino il punto centrale, lasciando poco spazio ai bisogni legati alla crescita degli adolescenti. Si tratta molto spesso di meccanismi che possiamo chiamare narcisistici, cioè in cui la necessità di creare un’immagine di sé stessi appagante è così forte che tutto il resto passa in secondo piano.
Chiunque abbia fatto parte di un’associazione amatoriale per 10 minuti (ma direi che ne bastano anche 5) sa benissimo quanto questi posti possano diventare luoghi in cui si manifestano senza pudore i protagonismi personali.
Ovviamente queste sono tendenze che sono più presenti in alcune persone e in alcuni gruppi che in altri, in cui la soddisfazione dei propri bisogni emotivi viene appunto ottenuta a scapito dei bisogni emotivi degli altri.
Non è infrequente che questo capiti anche nelle associazioni in cui sono coinvolti degli adolescenti. In risposta, i ragazzi possono non avere ben chiaro che cosa li mette a disagio, ma sostanzialmente non sopportano di sentirsi usati solo per ottenere delle prestazioni. Si accorgono di venire usati.
A volte gli adolescenti in un contesto del genere si sentono, appunto, semplicemente spremuti, senza che ci sia una reale attenzione ai loro interessi. È naturale allora che si vogliano sottrarre a una situazione del genere(purtroppo non sempre prima di averne riportato delle ferite sul piano psicologico, particolarmente quando si tratta di ragazzi con delle fragilità).
C’è una parziale sovrapposizione fra questa situazione e una situazione diversa, quella che possiamo chiamare del burnout sportivo. È normale che alcuni adolescenti scoprano solo strada facendo quali sono i loro limiti per quanto riguarda le richieste di prestazioni, sia fisiche che psicologiche, soprattutto in campo agonistico.
Possono essere cioè messi eccessivamente sotto pressione e cedere sotto questa pressione.
Anche qui c’è da fare un’osservazione, direi: testare i propri limiti è importante per un adolescente e scoprire di averne. Mettersi alla prova come si fa con uno sport e magari con l’agonismo, può essere un modo molto sano di farlo.
Sicuramente non bisogna avere paura di mettere sotto stress i ragazzi: rimandare loro l’idea che sono tanto fragili che non possono sopportare nessuno sforzo è quanto di peggio ci sia nell’approccio alla crescita di un adolescente, che va invece rassicurato sulle proprie risorse.
Anche qui però bisogna valutare: “Quanto bene può sopportare lo stress questo ragazzo? Quale grado di stress? Cosa ha imparato sulla gestione delle energie e i propri limiti? Quanto viene accompagnato a vedere il limite fra chiedere di più a se stesso e il torturarsi?“.
Un ragazzo sufficientemente sereno e un ambiente attento ai bisogni di crescita degli adolescenti producono dei risultati completamente diversi da quelli di un ragazzo già in difficoltà e l’ambiente insalubre che abbiamo descritto poco fa.
Quando smettere di fare sport è un campanello d’allarme
Come ho premesso all’inizio, non sempre l’abbandono dello sport è un semplice passaggio evolutivo o il bisogno di liberarsi da un ambiente nocivo. A volte l’abbandono dello sport è uno dei tanti segnali che gli adolescenti mandano in modo ambiguo, indiretto, sul loro stato di salute psicologica.
Quando preoccuparsi se un figlio smette di fare sport, allora?
Non voglio minimamente mandare un messaggio allarmistico, anzi il contrario: visto che è normale guardare con apprensione ai figli e chiedersi ripetutamente se stiano bene, quale sia il significato delle loro azioni, e cose così, più informazioni si hanno per interpretare una situazione più è facile dormire serenamente la notte.
Ora vediamo qualche situazione in cui l’abbandono dello sport può essere sintomo di una crisi adolescenziale, cioè della manifestazione delle difficoltà a portare avanti la propria crescita in un modo sufficientemente fluido, appunto.
Segnali depressivi
Lo sport fa bene agli adolescenti proprio perché è una situazione molto ricca, anche sul piano psicologico.
Bisogna avere voglia di fare una cosa che ti mette un po’ alla prova, che ti chiede di coordinarti con gli altri in modo efficace se si tratta di uno sport di squadra, e che ti richiede di investire con costanza in un’attività anche nei momenti in cui le cose vanno male.
Per me e per i colleghi che lavorano con me in TuoPsicologo è normale sentirsi raccontare da un adolescente il fatto che in un periodo in cui la squadra di calcio ottiene meno risultati, è molto facile che compaia in loro un pensiero del tipo “cosa ci vado a fare?”. Questi ragazzi si rendono conto, piano piano, che però se facessero così con ogni attività, non porterebbero mai avanti nulla.
Per investire su una cosa del genere, bisogna averne le risorse mentali e anche riconoscersi di essere in grado di farlo.
Adolescenti che si devono confrontare con sentimenti depressivi importanti, questa energia non ce l’hanno. Una cosa che li caratterizza è il disinvestimento dalle attività che smettono di dare loro piacere (anedonia) e che diventano troppo faticose.
La depressione spesso si manifesta come una situazione di mancanza di energie e di motivazione. Sembra tutto indifferente e niente dà più piacere. Quando si parla con gli adolescenti si scopre che alla radice di questa mancanza di investimento nel mondo c’è una visione molto svalutata di sé: “Tanto le cose non mi andranno mai bene perché io non valgo nulla, quindi non ha senso infliggermi nuove sofferenze. Resto fermo, almeno non soffro”.
L’abbandono dello sport si può inserire in una serie di disinvestimenti simili: verso la scuola, verso gli amici, passando tutto il pomeriggio a dormire o anche con un atteggiamento meno comunicativo e partecipe o più rabbioso a casa. Anzi, proprio l’alternarsi fra “apatia” e atteggiamento rabbioso spesso contraddistingue difficoltà di tipo depressivo nell’adolescente.
Difficoltà di socializzazione e bullismo
Lo sport è una situazione molto stimolante anche dal punto di vista sociale.
Come se la cava con i coetanei questo ragazzo? Come gestisce le dinamiche dello spogliatoio?
Per alcuni ragazzi, il normale scherzare un po’ sul pesante e provocarsi continuamente a vicenda, nel modo tipico degli adolescenti (particolarmente i maschi). Per altri queste dinamiche sono difficile da sopportare.
È una cosa che viene vissuta bene dai ragazzi che non hanno troppo motivo di avere un’immagine negativa di sé, per cui quando vengono provocati sanno che sono possibili due scenari:
- Quello che sta scherzando è un ragazzo benevolo che mi mette davanti alla faccia le cose negative o ridicole di me, ma questo serve a dire “il resto di te va bene e voglio continuare a giocare con te. Anzi, mi aspetto che tu faccia lo stesso, così che fra di noi si crei un equilibrio fra vincere un po’ e perdere un po’ dal punto di vista del nostro rapporto. Questo ci fa crescere entrambi perché così ci rafforziamo a vicenda“. Un comportamento, insomma, da amici.
- In altre situazioni le cose non stanno così: alcuni ragazzi usano le provocazioni come strumento di sopraffazione dell’altro e non c’è nessun gioco da condividere. O gli si risponde per le rime, o non si risponde proprio.
Per alcuni adolescenti è difficile districarsi fra queste situazioni perché sono troppo concentrati sull’immagine che hanno di loro stessi: sono costantemente focalizzati sulla paura di non essere abbastanza per gli altri.
Per questi adolescenti lo spogliatoio può diventare un luogo di conflitto ed esclusione perché sono adolescenti che fanno fatica a socializzare.
Anche qui, bisogna integrare quello che emerge dal mondo dello sport con altre situazioni di vita dell’adolescente: si isola? Fa fatica a fare amicizia? Mostra ansia davanti alle situazioni sociali o le evita (ad esempio non si azzarda mai a scrivere a un coetaneo conosciuto da poco)?
Il richiamo della trasgressione e le “cattive compagnie”
Per alcuni ragazzi, invece, lo sport non va bene perché è un ambiente troppo sano.
È come se i ragazzi così cercassero una problematicità che dentro allo sport semplicemente non trovano. In queste situazioni si vedono spesso genitori preoccupati perché ai bravi ragazzi del calcio vengono preferiti “i mezzi delinquenti che frequenta adesso”.
Cattive compagnie e abbandono sportivo sono cose legate dal fatto che è come se un tipo di ambiente venisse sostituito per un altro di segno opposto. Solitamente questo viene fatto dagli adolescenti che hanno il terrore delle cose da bambini. Un buon ambiente dove i cattivi comportamenti non vanno al di là di una condotta particolarmente fallosa durante le partite, l’essere svogliati agli allenamenti e qualche tensione nello spogliatoio viene considerato da questi adolescenti come una cosa che è troppo da bambini.
La ricerca di un‘identità da duro, o da persona che non ha bisogno di nessuna regola, può essere finalizzata ad ottenere una rassicurazione sul fatto di essere grande e autonomo.
- Un’attività strutturata viene abbandonata in favore di contesti meno controllati e potenzialmente a rischio.
- Cercare un'”identità da duro” può avere il vantaggio percepito di colmare insicurezze profonde: “Io non sono debole. Per niente!”.
[Ho scritto un articolo specifico sull’attrazione per le cattive compagnie]
Anche qui bisogna guardare ad altri aspetti del comportamento di quel ragazzo: se è particolarmente provocatorio a scuola, se lo è fuori dalla scuola, se fa cose come cercare il coinvolgimento in delle risse, se è arrogante, provocatorio o anche manipolatorio nei confronti dei genitori, o anche se dà segnali di fare cose che gli fanno male o che sono rischiose ma che lo fanno sentire grande (es: bere o fumare tanto, guidare o andare con ragazzi che guidano in modo spericolato, esporsi a pericoli in genere).
Questo insieme di comportamenti solitamente è caratteristico di ragazzi che hanno molta fretta nella ricerca di una rassicurazione sulla loro capacità di diventare grandi e questo “diventare grandi” per loro è come se fosse una versione ipertrofica del normale desiderio di autonomia: “decido sempre e solo io di tutto“.
Come reagire: consigli pratici per i genitori
Questo elenco di possibilità serve, come dicevo, a pensare meglio.
È anche il processo in cui bisogna tentare di coinvolgere l’adolescente: pensare con lui e aiutarlo a pensare meglio.
- Non forzare nell’immediato: bisogna resistere alla tentazione di credere alla prima interpretazione dell’evento che ci viene in mente. Bisogna tentare di capire meglio cosa l’ha spinto verso questa decisione e spingerlo a prendere un po’ di tempo: “una volta che sei fuori, sei fuori! Non si prendono decisioni del genere in modo impulsivo”.
- Osservare il tempo libero: questo è un punto fondamentale, che ha a che fare con la raccolta di quei segnali che abbiamo elencato prima. Se si mettono insieme i vari pezzi della sua vita, che mosaico compare? Che cosa desidera fare, se non c’è lo sport?
- Proporre alternative: a volte, chiedere le cose in modo diretto ad un adolescente non ottiene grandi risultati. Il ragazzo può far fatica ad avere chiarezza sui propri pensieri e quindi a rispondere. Proporgli delle alternative pratiche, senza fretta, su come passare il suo tempo può essere molto utile: si potrà vedere se si lascia coinvolgere e in cosa. Questi saranno gli indizi migliori.
Dobbiamo tenere a mente, però, che dobbiamo aspettarci un po’ di attrito da qualsiasi rapporto fra genitori e adolescente. Gli adolescenti hanno bisogno di fare per conto loro, di non farsi scoprire del tutto ed essere un po’ impenetrabili. A maggior ragione se stanno male.
Il supporto professionale: lo psicologo per adolescenti vicino a te
Ogni adolescente percorre una strada unica, non sempre facile da interpretare per un genitore.
Come abbiamo visto, a volte, la scelta di lasciare lo sport è solo la punta dell’iceberg. Se hai bisogno di capire meglio cosa sta succedendo a tuo figlio e stai cercando uno psicologo per adolescenti a Padova e online, contattaci: il lavoro con gli adolescenti e le loro famiglie sono il nostro pane quotidiano.
A volte basta un confronto professionale per ridare la giusta prospettiva a ciò che sta accadendo e ritrovare anche un canale di comunicazione efficace.