Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Mio figlio è diventato un estraneo
“Mio figlio è diventato un estraneo“. Ci sono poche frasi che riassumono in modo più efficace l’ingresso nell’adolescenza (o anche qualche momento quando l’adolescenza è già iniziata da un po’).
Certo, non tutti i ragazzi si comportano così, ma sicuramente il fatto di prendere le distanze dai genitori con modi di essere, frequentazioni, atteggiamenti provocatori o conflittuali è un modo molto comune di provare a crescere a questa età. Proprio una manifestazione di aggressività negli atteggiamenti, nelle parole o anche nelle azioni, cose che possono mettere piuttosto a disagio un genitore, in molti casi va letta come una ribellione di fronte alla richiesta di obbedienza. O, come tendenzialmente la interpreta l’adolescente, la richiesta di dipendenza.
Questa ribellione può prendere tante forme: sia quella della conflittualità esplicita, appunto, sia quella del distacco. È normale che si crei un conflitto fra genitori e figli in qualche forma. Questo accade non solo perché sono i ragazzi a voler prendere una loro strada e ad affermarlo con forza, ma anche perché è normale che i genitori facciano un po’ di resistenza a questo processo, ad esempio perché fanno fatica a lasciar andare l’immagine passata che hanno di quel figlio.
Stiamo parlando di conflitti appunto normali, proprio perché è naturale che questa autonomia venga desiderata e raggiunta, ma anche che venga supervisionata.
L’autonomia e il rifiuto della fatica
Perché ha senso parlare di ricerca dell’autonomia in situazioni come quelle che ho brevemente descritto?
È come se il tema fosse che, per riuscire ad affermare se stesso, l’adolescente abbia bisogno di comportarsi come se avesse tutta la propria vita sotto controllo. Si comporta in modo così rigido proprio nel periodo della vita in cui non si ha ancora chiaro quali siano le cose su cui si ha effettivamente un controllo!
Un ragazzo può percepire l’impegno e lo sforzo scolastico, ad esempio, come una forma di sottomissione al volere dei genitori.
[Ecco un articolo sulla “ribellione” allo studio, a proposito]
Per sentirsi “grande”, deve dire no a tutto ciò che gli viene proposto. È come se questa fosse una prima versione grossolana dell’autonomia: “visto che non so ancora bene di che cosa si tratti, intanto parto col dire no a quello che non mi comoda e a quello che mi puzza di obbedienza”.
Di solito, questo è un atteggiamento che dà facilmente origine a dei conflitti in famiglia. Il rifiuto della fatica viene vissuto dai genitori, ad esempio, come pigrizia, anche quando sta per qualcosa di diverso: cioè per il desiderio di pensare con la propria testa.
C’è però una parte buona in questo processo: il tentativo di raggiungere un’autonomia matura.
Anche quando i ragazzi fanno delle scelte che facciamo fatica a giustificare, come rinunciare allo sport o ridurre l’impegno a scuola, può essere utile sforzarsi di vedere se non ci siano anche delle intenzioni positive, dietro a queste rinunce. Stanno combattendo per ottenere qualcosa di ancora più importante per loro: l’autonomia. Questa costante ricerca di uno svincolo dalla dipendenza, ad esempio affermando in modo esagerato la propria soggettività (“le cose me le devi dire prima!”, “io con te non c’ho voglia di venire!”, eccetera), è qualcosa che i genitori devono tenere a mente, per capire le dinamiche dell’adolescenza.
Beninteso: non perché sia utile “farla passare liscia” in ogni caso ai ragazzi che si comportano così, ma perché bisogna aiutarli a trovare un compromesso fra obbedienza e indipendenza. Un’autonomia matura, appunto!
L’aggressività difensiva: perché attacca?
Comportarsi come un piccolo tiranno e agire in modo aggressivo può essere uno dei modi in cui viene affermata questa autonomia. Di solito, è utile pensare che sia qualcosa che fanno soprattutto i ragazzi che sentono che la propria indipendenza viene particolarmente minacciata. Sono, cioè, i ragazzi che si sentono meno capaci di essere autonomi quelli che hanno bisogno di urlare al mondo che lo sono.
Gli attacchi, in questi casi, hanno la funzione di creare una distanza sia pratica che emotiva con i genitori. Qui è utile tenere a mente che è una cosa fatta proprio perché hanno bisogno di ridurre l’influenza della dipendenza emotiva normale dai genitori che è normale che avvertano. Per ogni adolescente è normale porsi il problema di imparare a gestirla, cioè riconoscerla come una parte normale della vita senza che influisca negativamente sulla capacità di essere autonomo.
È come se l’adolescente fosse costretto a dire: “però io questo non lo posso fare più, altrimenti rimango piccolo, e quello sarebbe pericoloso”.
Per passare dai pensieri ai fatti, può accadere di frequente che un l’adolescente metta in campo un’aggressività difensiva, che lo protegge dal bisogno di dipendenza infantile da cui sente l’istinto di liberarsi.
Un figlio adolescente tirannico va visto soprattutto come un ragazzo che si sente tiranneggiato dalla presenza emotiva dei suoi genitori.
Questo vuol dire che è colpa dei “genitori cattivi“? No. Significa che, se si sanno riconoscere queste dinamiche, sarà più facile che il rapporto col ragazzo sia meno emotivamente sovraccarico. Di conseguenza, sarà più facile lavorare con lui per accompagnarlo sulla strada dell’autonomia matura.
È molto importante non aspettarsi un dialogo alla pari con l’adolescente, ma sapere di doverlo condurre… mentre lui frigna e strepita un poco. Dobbiamo, cioè, attenderci un certo narcisismo adolescenziale.
Quello che intendo dire è che spesso è utile guardare agli adolescenti come a persone che hanno delle missioni così importanti da portare avanti (ad esempio il raggiungimento dell’autonomia e dell’indipendenza) che a queste danno la massima priorità. Cose come il rispetto dei genitori, la cura di un rapporto positivo o la comprensione di regole di buon senso finiscono decisamente al secondo posto nella loro scala di priorità.
Non è che non gliene importi nulla dei genitori, è che finché non raggiungono queste tappe di sviluppo è come se avessero una specie di spia rossa accesa in testa che non accenna a spegnersi e che suggerisce loro: “Non vorrai mica rimanere piccolo?!“
La doppia trappola del genitore
Possiamo dire che, davanti a queste dinamiche, i genitori si devono misurare con una specie di “doppia trappola” che può rendere loro la vita difficile nel rapporto col figlio adolescente.
1. Paura di inibire l’autonomia
Se il rapporto col figlio diventa troppo conflittuale, si può correre il rischio di essere tentati di fare di tutto per affrettare il ritorno a un legame più positivo. Si può rischiare di far passare in secondo piano le regole che danno tanto fastidio all’adolescente e non riuscire a distinguere bene fra le regole necessarie (che l’adolescente stesso, in fondo, desidera ricevere) e quelle regole che lo fanno sentire invece soffocato.
Si rischia, in un certo senso, di “adultizzarlo” troppo presto, chiedendogli di decidere da solo quello che è giusto e quello che è sbagliato, quello che gli fa bene e quello che gli fa male. È come se intervenisse una sorta di paura di dare regole perché queste creano conflitto; ma quel conflitto non è per forza un male! È il terreno di confronto inevitabile che aiuta l’adolescente a fare sue le regole e capire i limiti della propria autonomia, oltre a farlo sentire più sicuro perché c’è chi lo protegge dalla propria normale “tempestosità” adolescenziale.
Questa rinuncia alle regole rischia di amplificare l’atteggiamento tirannico dei figli: “se non mi guidi tu, mi guido da solo”. È come se l’adolescente avesse la percezione di genitori che esercitano una genitorialità fragile, insicura, e pensasse di essere costretto a fare da solo. Spesso i genitori si ritrovano in questa posizione non per mancanza di coraggio, ma con i buoni propositi di non inibire l’autonomia del figlio. Si può dire che il problema sia soprattutto il passaggio troppo rapido “da zero a cento”, ovvero dare troppe responsabilità al ragazzo prima che sia in grado di assumersele.
[Ho descritto più nel dettaglio queste dinamiche in un articolo sui genitori che rischiano di assecondare troppo i figli]
2. Elaborare la nostalgia del figlio bambino
Come si può essere tentati di lasciare troppo spazio alle ribellioni, scambiandole per autonomia matura, si può correre anche il rischio opposto: rifiutare ogni piccola ribellione come se fosse anormale.
I genitori che fanno fatica a concedere uno spazio di ribellione al figlio, di solito, sono un po’ scioccati dalla rottura dell’idillio con lui. Per permettere al figlio di crescere, il genitore deve accettare il dolore legato al fatto di perdere il legame appagante che aveva in precedenza.
È come se questi genitori avessero nostalgia del figlio bambino e del rapporto di complicità e confidenza che c’era un tempo. Un rapporto in cui l’amore del figlio è più evidente e il ruolo del genitore più riconosciuto. È come se il genitore rimanesse ancorato al passato, facendo fatica a fare una specie di lutto del figlio ideale, cioè a lasciar andare l’idea di un rapporto in cui ci si capisce e ci si ama perfettamente, senza l’ombra del conflitto.
Questo lutto è però necessario: serve a riconoscere una persona nelle sue caratteristiche reali e non ideali. Non si sarà perfettamente uguali, su qualcosa ci si capirà meglio, su qualcosa si sarà in disaccordo; per stare insieme ci vuole l’affetto, ma è necessario anche tollerare un po’ di fatica.
Ci tengo anche a specificare una cosa: è raro che questi atteggiamenti si manifestino in “forma pura” (un genitore che molla ogni controllo o, all’opposto, che non perdona nulla). Sono soprattutto delle tendenze: ciascuno di noi è più sensibile a una dinamica o all’altra. Fare mente locale su questo è molto importante, perché autoaccusarsi di essere completamente inefficaci non serve a nulla.
[Un approfondimento sul senso di fallimento nei genitori]
Accettare il conflitto per salvare l’adulto di domani
Insomma, bisogna tenere conto del fatto che il conflitto non è il fallimento del rapporto, ma lo strumento che ne sostiene l’evoluzione.
Essere una presenza autorevole non significa evitare il conflitto, ma gestirlo. E gestire il conflitto significa trovare un equilibrio fra il riconoscimento delle giuste pretese di autonomia, il suggerimento di regole e la posizione di limiti.
Certo, questo è solo il quadro astratto in cui inserire i comportamenti concreti, ma penso sia importante soffermarsi sulle forze interne che complicano questo processo: se non si comprendono queste resistenze, si rischia di trovarsi davanti a ostacoli tali per cui non si riesce, comunque, a fare nulla.