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Mio figlio non vuole studiare: oltre la pigrizia, come stimolare la motivazione intrinseca. - TuoPsicologo

Mio figlio non vuole studiare: oltre la pigrizia, come stimolare la motivazione intrinseca.

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Perché mio figlio non ha voglia di studiare

Rispondere alla domanda “perché mio figlio non ha voglia di studiare?” può diventare qualcosa di molto importante: sia un modo per aiutarlo praticamente a studiare meglio, sia un modo per capirlo di più.

I pomeriggi passati sapendo che sta dormendo, oppure che è fuori e che quando tornerà non si metterà sui libri, non sono una cosa divertente.

Particolarmente perché spesso i genitori finiscono per fare le guardie carcerarie: a ricordare scadenze, a dire “dai, su, inizia!”, ad aspettare i ritardi il giorno successivo in cui chiederà di stare a casa per evitare il rischio di un’interrogazione.

La motivazione allo studio dipende da tanti fattori diversi. Questo articolo è utile soprattutto per le situazioni in cui gli aspetti psicologici hanno una parte importante.

[Mi sono occupato già molte volte del tema delle difficoltà scolastiche in adolescenza: nell’articolo troverete diversi link di approfondimento]

Dunque, vediamo di prendere il toro per le corna.

Cosa c’è dietro a quella che siamo spesso tentati di chiamare pigrizia? A volte parlare di pigrizia è qualcosa che serve soprattutto agli adulti per dire: “Il tuo comportamento è fonte di difficoltà per me, assumiti le tue responsabilità così che questo disagio che io sento scompaia“.

Sia chiaro, non intendo deresponsabilizzare gli adolescenti, in questo modo, ma solo ragionare sulle condizioni che rendono un adolescente in grado di assumersi la responsabilità dello studio. In alcune situazioni di matrice prevalentemente psicologica queste condizioni mancano e quell’adolescente sostanzialmente non è in grado di sviluppare una buona motivazione allo studio.

La motivazione

“Perché mio figlio non vuole studiare?“

Proprio la motivazione è un tema determinante per la questione studio.

Diciamo così: la condizione ideale sarebbe quella del ragazzo così interessato al suo oggetto di studio da avere una forte motivazione personale che gli faccia sopportare la fatica dello studio. Ovviamente questa non è una cosa così scontata e spesso, quando un adolescente mostra uno spiccato interesse anche per una singola materia, c’è da stappare lo spumante.

Questo non significa però che gli adolescenti non siano in grado di diventare capaci di riconoscere l’utilità della scuola. Intendo un vero, autentico riconoscimento, e non il semplice ritornello “so che è importante per il mio futuro“, che può rimanere una concezione astratta e troppo lontana dalla loro esperienza.

Stiamo parlando di adolescenti che si accorgono che la scuola diventa interessante se la usano come strumento per dimostrare, ad esempio a loro stessi, che sono capaci di fare fatica e di ottenere qualcosa dai loro sforzi.

Visto in questi termini, un voto è qualcosa che mi serve davvero per fare una buona auto-misurazione. È vero che c’è da pensare che sia un tipo di maturità da aspettarsi più tardi.

Ad esempio, mentre penso a queste cose mi viene in mente che, all’università, impegnarmi negli esami di statistica voleva dire non solo fare qualcosa di essenziale per laurearmi in psicologia, ma anche fare una cosa faticosa che mi sarebbe servita perlomeno per leggere efficacemente degli articoli scientifici. Sicuramente alle superiori avevo un atteggiamento meno positivo e proattivo, verso i numeri.

Sappiamo già però che il quadro così non è completo.

Cioè, fare le cose per piacere o perché le troviamo utili è qualcosa che non sta in piedi senza la disciplina.

Ad esempio, quando si legge per piacere è difficile immergersi istantaneamente in quello che si sta leggendo; bisogna sopportare tutta la fatica, tutto l’attrito, la tendenza a distrarsi e il minore coinvolgimento che si sperimenta prima di essere entrati nelle pagine. L’esempio mi sembra calzante perché, banalmente, per studiare bisogna leggere e qui si tratta di un’attività che prevede ancora più attrito.

Il tema della disciplina in adolescenza è ovviamente ancora molto legato a quello dell’obbedienza ai genitori. Anzi, questa è un’età particolare per quanto riguarda questo tema. Gli adolescenti sono caratterizzati dal fatto di aver sempre più bisogno di interiorizzare il rapporto con l’autorità: “imparo a fare le cose perché io sento che devo, e non perché voglio compiacere qualcuno“.

Molti dei problemi nel rapporto con gli adolescenti che non hanno voglia di studiare, sia problemi semplici che quelli complessi, nascono proprio perché si crea un rapporto che non funziona fra obbedienza e motivazione personale.

È normale che si sia almeno un po’ allarmati o infastiditi da un figlio che non mostra interesse per lo studio. È normale che allora si ricorra a delle soluzioni un po’ sbrigative come dirgli “datti da fare“, “sfaticato“, “vergognati“… Insomma, una serie di cose che vogliono dire: “il tuo dovere è studiare!“.

Questa, tra l’altro, è una cosa che funziona benissimo in tante occasioni. Basta guardare attorno a sé e si trovano famiglie in cui i figli sembrano proprio ascoltare questo genere di osservazioni. Possiamo dire che accade così quando succedono due cose:

  • O ci sono dei figli che sono particolarmente sensibili alla auto-responsabilizzazione, per cui quando li si rimprovera sono particolarmente attenti a cambiare il loro comportamento; questo accade perché sono loro per primi ad avere la tendenza a pensare di avere la responsabilità per le cose che accadono nella loro vita. Non è una caratteristica migliore o peggiore di altre, è una di quelle caratteristiche di personalità che può mettere qualcuno sulla strada di essere un leader responsabile se la vita va bene, o anche una persona depressa se la vita va meno bene (e allora sì, si può amplificare la propria tendenza ad assumersi troppa responsabilità fino a che non diventa invalidante).
  • L’altro caso possibile è che questi messaggi attecchiscono quando si è creato un buon linguaggio comune in famiglia. In quella famiglia genitori e figli si capiscono, per cui anche ragazzi che non hanno voglia di studiare e che pensano che la scuola sia una porcheria possono comunque capire che, quando la mamma o il papà li esortano vigorosamente a studiare, lo fanno per loro. Per prendersi cura di loro. Questi ragazzi allora possono, magari in modo ambivalente, decidere che non hanno ben capito perché sia proprio così necessario studiare, ma che lo fanno perché si fidano di queste indicazioni che danno mamma e papà.

In altre famiglie ancora, semplicemente, si verificano condizioni diverse. Ad esempio:

  • ci può essere qualcosa che impedisce ai genitori e figli di capirsi e i messaggi che i genitori vogliono comunicare vengono tradotti nelle orecchie dei figli in modo che sembrano non centrare più nulla col messaggio originario.
  • Tanti genitori, poi, rimangono confusi davanti al fatto che provano a comunicare il senso della scuola e dello studio tentando di far capire a un adolescente come serva a lui, ma lui ogni volta si sente attaccato, quasi insultato da questi discorsi. Questa può essere una cosa estremamente frustrante per i genitori, tanto da farli sentire inefficaci o proprio fallimentari.

[Questo è un tema molto complesso e importante, e ho scritto un lungo articolo sulla sensazione di fallimento dei genitori, su ciò da cui dipende e come occuparsene, facendo numerosi esempi.]

Va sicuramente detto, poi, che per alcuni adolescenti il tema dell’adesione alle regole, dell’obbedienza, è più “caldo” che per altri.

È veramente frequente che io e i colleghi di TuoPsicologo ci troviamo davanti a genitori che dicono cose del tipo: “mi deve credere, è stato sempre impossibile farsi ascoltare fin da quando era piccolo!” oppure “magari alla fine ti ascolta, ma prima deve fare di testa sua“.

Di solito sembra che i genitori che si presentano in questo modo si sentano in dovere di giustificarsi, come se dovessero difendersi dal timore di ricevere l’accusa di non essere stati capaci di educare il figlio. Quello che vediamo, però, è che questo tipo di racconti si presenta in modo simile in famiglie anche molto diverse.

Quindi non c’è da aver timore: se dici che è nato così, generalmente ha più senso crederti.

Ragionare su quanto uno specifico ragazzo sia sensibile alla disciplina è importante perché gestire il tema della motivazione con lui sarà per forza una cosa più difficile.

In breve: non c’è ricompensa e non c’è complimento che tenga.

Tentare di coltivare la propensione allo studio facendo cose come premiare i buoni voti con i soldi o con dei regali, e punire i cattivi voti con delle privazioni, è in generale una cosa poco efficace.

Si tratta di comportamenti troppo complessi, che sono legati anche ad altri fattori come il rapporto con i genitori di cui parlavamo appunto prima. Cioè, premiare un voto positivo rappresenta una forma troppo fragile di motivazione perché quell’adolescente potrebbe chiedersi: “Sì, mi fa piacere ricevere questo regalo, ma io lo sto pagando con qualcosa di ben più importante: la mia libertà. I miei mi hanno comprato! Non mi faccio fregare di nuovo, piuttosto che fare quello che dicono loro non faccio proprio niente!“.

Il famoso tema “di chi è la scuola? Dei genitori o del ragazzo?” vuol dire questa cosa qui: un adolescente ha bisogno di provare a se stesso di essere in grado di compiere delle scelte in modo autonomo e indipendente.

Questa è un’età in cui questo è un tema molto stimolante.

Sentire che si sta facendo qualcosa principalmente perché lo vogliono i genitori rischia di far scattare una sirena d’allarme: “non so più se sono capace di scegliere da solo o se ho bisogno di affidarmi sempre a loro, come se fossi un bambino“. Come abbiamo visto, in particolare con alcuni adolescenti, correre il rischio di far percepire loro che non sono loro ad autodeterminarsi è molto controproducente.

Sostenere l’autonomia: come rendere un ragazzo indipendente nello studio

E quindi che cosa si può fare?

Bisogna accontentarsi di pregare che vada tutto bene e stare a vedere?

“Al limite lascia che prenda un 4! Lascia che venga bocciato!“.

Di nuovo, non è così semplice.

Bisogna fare attenzione al fatto che il proprio desiderio di vedere che un ragazzo diventi capace di responsabilizzarsi non si sostituisca alla reale capacità di vedere quali siano i bisogni di quel ragazzo, le cose che funzionano con lui.

Come dicevamo, non per tutti i ragazzi è facile e automatico responsabilizzarsi. Moltissimi hanno bisogno di essere guidati nella ricerca di autonomia anche nelle cose frustranti.

Quello che intendo dire è che sentirsi autonomi ribellandosi o non rispettando molte regole può venire più facile, ad esempio se per carattere non si è particolarmente inibiti.

La scuola invece è un osso più duro perché implica fatica e implica di dedicarsi a cose che si fanno meno volentieri. A volte, cose che si odiano proprio.

Moltissimi ragazzi vanno aiutati a prendere gusto a fare da soli con lo studio.

Spesso, perché un ragazzo così riesca a diventare indipendente nello studio, bisogna saper aspettare.

È normale che i genitori si accorgano prima del figlio di quando la sta tirando troppo alla lunga con lo studio e che quindi, quando finalmente prenderà in mano il libro, sarà troppo tardi. È come se i genitori si dicessero: “Ma non lo vedi? Non ti accorgi che non avrai abbastanza tempo?!”.

È difficile, ma di solito conviene aspettare. Se si interviene troppo precocemente, la reazione sarà ostile e difensiva. “Ecco, mia mamma si impiccia continuamente dei fatti miei. Non ho nessuna intenzione di obbedirle!”. L’effetto pratico può essere quello di ridurre la motivazione allo studio, perché studiare-quando-me-lo-chiede-la-mamma sollecita in modo troppo prepotente tutti i conflitti legati all’autonomia minacciata e all’obbedienza.

Da un lato, quindi, conviene molto di più lasciarlo fare da solo e aspettare che sia lui, eventualmente, a chiedere di ripetere insieme o un aiuto con una determinata materia.

Questa è una cosa che funziona soprattutto con alcuni dei ragazzi di questo sottogruppo degli “allergici alle regole”, quelli che sentono di aver ricevuto troppa poca autonomia rispetto alle proprie necessità e che quindi non aspettano altro che di essere lasciati liberi di mettersi alla prova, anche sbagliando.

So benissimo che per altri ragazzi non è così, cioè che alcuni, quando vengono lasciati soli, semplicemente si perdono e non riescono a trovare il modo di iniziare a studiare efficacemente. Qui la situazione è più complessa, perché bisogna cercare un equilibrio fra dare attivamente promemoria (es: “sicuro di voler studiare così tardi? Dopo ti troverai a finire di studiare sull’autobus e ti verrà l’ansia di non essere preparato”) e vigilare da una prudente distanza.

Spesso, però, è soprattutto una questione di tono, di dare diversi segnali, ripetuti, che la responsabilità è chiaramente e indiscutibilmente la sua.

Faccio un esempio, partendo dal contesto molto diverso del colloquio psicologico. Quando vedo un ragazzo do per scontato che la scuola sia molto importante per la vita di qualsiasi adolescente, anche se mi dice che la odia. Se so di una verifica impegnativa, spesso un adolescente mi aggiorna, magari rimanendo sul vago. Allora posso chiedere, banalmente: “sei stato soddisfatto del risultato?”. Molto spesso a quel punto mi dicono il voto. Questa, ovviamente, non è una “tecnica”, è semplicemente una delle cose che si possono dire per ammettere candidamente la propria impotenza: “tu sei il solo custode di questa informazione. Se me la racconti è perché può esserti utile, ad esempio per confrontarti con te stesso“.

Sottolineerei due importanti differenze fra questo esempio e il rapporto con i genitori:

  1. Con lo psicologo il ragazzo può sentire l’imbarazzo del confronto, ma meno di quello che sperimenta con i genitori: la loro approvazione è infinitamente più importante per lui.
  2. Con la famiglia, poi, si potrebbe essere creato uno storico di incomprensioni che rendono il ragazzo molto meno disponibile a essere trasparente.

Di conseguenza, i genitori troveranno più attrito e dovranno spiegare in modo più diretto, più esplicito, che il loro compito è solo quello di aiutare il ragazzo a essere più autonomo, mentre il compito del ragazzo è quello di non scappare dagli aspetti più faticosi e frustranti dell’autonomia.

L’alleanza sarà sull’autonomia, il ritorno della voglia di studiare ne è una conseguenza.

Quindi, è molto importante non partire con delle ramanzine automatiche, se i toni sono già alti. Meglio essere diplomatici: “Te lo aspettavi quel brutto voto? C’era qualcosa che potevi fare? Hai capito cosa hai sbagliato?”. Tutte cose, insomma, che rimandano un’immagine di autonomia: “il voto è tuo, io ti aiuto a vedere che è importante che ci pensi tu“.

Se il ragazzo è molto ostile, cambia poco dell’obiettivo di base. Può cambiare il tono, o il tipo di contenuti su cui ci si confronta: “Ok, vuoi studiare il minimo per passare l’anno. Sei sicuro che funzioni così? L’anno scorso è bastato un 4 inaspettato alla fine dell’anno e ti hanno dato matematica. Che si fa?”.

Molte delle difficoltà organizzative nello studio degli adolescenti dipendono da questo tipo di dinamiche.

Se non ci sono degli ostacoli di altra natura allo studio (come un disturbo specifico dell’apprendimento o una problematica di attenzione, o altre difficoltà sul piano cognitivo), oppure se queste non spiegano sufficientemente bene tutto il quadro — cosa che accade spesso — non capita di rado di dover cercare una risposta nel campo delle relazioni familiari e in quello della gestione delle emozioni.

In ogni caso, bisogna tenere a mente che è veramente difficile che non ci tenga per nulla alla scuola.

Il punto non è piantargli in testa il bisogno di studiare, come se fosse una cosa che gli è completamente estranea.

Il punto è soprattutto quello di liberare questa voglia di studiare dai rovi del conflitto e dell’ansia che ci sono cresciuti sopra.

Detto per inciso, poi, cose come il registro elettronico hanno tolto molta della libertà di sentirsi meno il fiato sul collo. Visto che i genitori sanno già tutto, l’adolescente si può sentire sovra-esposto all’imbarazzo: non può scegliere di trattenere almeno per un po’ l’informazione di un ritardo o di un voto negativo e gestire autonomamente la vergogna. Creare un’alleanza esplicita è ancora più importante, in questo contesto.

Ansia e paura di fallire: quando non è pigrizia

In ogni caso, è fondamentale tenere a mente che gli adolescenti hanno voglia di parlare della scuola, perché è un’esperienza complessa che hanno bisogno di assimilare attraverso la mente degli adulti.

Questo bisogno entra in conflitto però con l’ansia di venire trasformati improvvisamente in bambini tenuti all’obbedienza, tenuti a “vuotare il sacco” o a “promettere di rigare dritto”.

Bisogna aiutarli prima di tutto a gestire questo conflitto.

Non si tratta solo di parlare di brutti voti, ma di ammettere una cosa difficile per l’adolescente: “non sono capace, non sono perfetto. In definitiva, non so ancora che persona sarò, quali sono le mie potenzialità e quindi ho paura di tutti i segnali che possono indicare che io non valgo granché”.

Sminuire l’importanza delle cose difficili, come la scuola e lo studio, è spesso una strategia che serve a sentire che si può salvare la propria autostima: “Questi problemi non esistono. Io vado benissimo, sono i professori che sono incapaci o che non spiegano bene e comunque la scuola non serve a nulla”.

Se ci aggiungiamo cose come il quadro internazionale non rassicurante [scrivo nel 2026] o le modificazioni che l’intelligenza artificiale porta al mondo del lavoro, cose che l’adolescente percepisce anche attraverso l’inevitabile spaesamento degli adulti davanti a fenomeni difficili da interpretare, probabilmente possiamo dire che ci troviamo in un periodo storico particolarmente sfavorevole allo sviluppo di una serena fiducia nelle proprie capacità di trovare spazio nel mondo.

In breve, è importante che un controllo eccessivo del genitore non saturi lo spazio mentale del figlio, togliendogli la possibilità di sentire e gestire serenamente il bisogno di studiare.

Abbiamo già visto che questo è importante perché rischia di essere interpretato come un richiamo all’obbedienza, ma c’è anche un altro effetto imprevisto: “se io mi sostituisco a te e continuo a propormi come tuo aiuto, rischio di suggerirti l’idea che non sei capace a sufficienza“.

Rischio di farti sentire stupido.

Aggiungo che qui bisogna chiedersi: “quanto è insistente quel genitore?”. “Quanto è ipersensibile quel ragazzo?” Sicuramente si tratta di un equilibrio delicato in cui entrano in gioco tanti fattori, e la cosa più sbagliata da fare è quella di affrettarsi a puntare il dito contro qualcuno.

[Ho parlato in altri articoli dell’effetto della preoccupazione dei genitori per i voti o della loro ansia o delle situazioni di esaurimento emotivo).

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Non è motivato o non può studiare?

Finora abbiamo parlato di motivazione in termini di conflitto fra autonomia e obbedienza, nel contesto del rapporto con i genitori.

È molto importante tenere a mente anche che, per quanto queste dinamiche siano importanti e praticamente onnipresenti in adolescenza, non sono l’unica cosa a cui fare attenzione. Molto spesso capita che la voglia di studiare finisca soffocata sotto altri obiettivi più urgenti. Abbiamo sostanzialmente già introdotto il tema parlando del bisogno di sentirsi capaci a sufficienza e non sentire, di conseguenza, di avere troppo bisogno di mamma e papà.

Numerosi sintomi di rifiuto scolastico vero e proprio, o segnali di forte ambivalenza nei confronti dello studio, dipendono dall’influenza che hanno altri obiettivi sul sistema globale della motivazione di quel ragazzo.

  • Qual è l’obiettivo di non studiare?
  • Com’è possibile che un’attività faticosa ma tutto sommato banale possa essere percepita come un pericolo da un adolescente?
  • Ci sono altre cose che occupano la sua testa lasciando poco spazio per lo studio?

Ciascuna sfumatura di questo argomento merita un’attenzione a sé.
[A questo link si trova l’elenco di tutti gli articoli dedicati al rapporto fra scuola e adolescenti]

È bene avere un quadro generale, però, un punto di partenza, se si pensa che ci sia qualcosa che non torna nella mancanza di voglia di studiare di un ragazzo. A volte è chiaro che limitarsi a dire “è un pigrone, si deve dare da fare” non è sufficiente.

  • Continuando a guardare il problema in termini di motivazione, il primo esempio che possiamo fare è: studiare comporta degli effetti positivi (da “così il papà mi lascia stare” a “mi serve per il futuro“), però gli effetti positivi che derivano dal fatto di non studiare possono essere più grandi. Non studiare comporta un “vantaggio secondario” (secondario perché è una cosa che ha un sacco di svantaggi evidenti per la vita di quel ragazzo, ma anche dei vantaggi di cui rischiamo di non accorgerci).

Una cosa frequentissima è che non studiare o un atteggiamento apatico o un disorientamento rispetto al futuro siano uno strumento perfetto per non mettersi mai alla prova.

“Se ho paura di non essere capace, non studiando evito di rispondere a questi miei dubbi“. In molti ragazzi la paura di fallire è così grande che si mangia completamente il desiderio di studiare; è come se non se lo potessero permettere perché mette troppo a repentaglio la loro autostima.

Questo bisogno di autodifesa può assumere varie forme: l’atteggiamento sprezzante nei confronti dello studio, l’inibizione dei risultati (studia ma non rende), difficoltà di concentrazione o anche semplici disturbi psicosomatici (es: stanchezza, mal di testa) che tolgono tempo allo studio. Le situazioni a cui si dà il nome di Hikikomori o ritiro sociale hanno molto a che fare con questo tipo di dinamiche.

Bisogna fare molta attenzione, però, a leggere sempre delle intenzioni precise nell’incapacità di studiare di un adolescente.

  • Per alcuni adolescenti non c’è nessun vantaggio specifico a non studiare. Si può dire che in questo secondo caso si tratta di ragazzi che non remano attivamente contro allo studio (sempre in modo inconsapevole) e che anzi, appena hanno un briciolo di forze, tornano a impegnarsi. Possono trovarsi in questa posizione ragazzi che hanno la mente occupata in modo temporaneo o che sono in una situazione di stallo; si può trattare poi di faccende di intensità ridotta o più impegnative.

Cioè, ricadono in questa categoria gli adolescenti che sono alle prese con dei sintomi psicologici come in alcune forme di depressione, sintomi ossessivi, esperienze traumatiche, ma anche adolescenti che devono affrontare un trasferimento da una città a un’altra con la conseguente necessità di trovare dei nuovi amici, o un lutto in famiglia.

Ci si può poi chiedere quali siano le risorse di quello specifico adolescente per affrontare una di queste vicende che gli occupano la mente.

Questa del primo contatto e dei primi colloqui è una delle parti più importanti del lavoro mio e dei colleghi di TuoPsicologo, psicologi per adolescenti a Padova e online.

È veramente molto importante aiutare un ragazzo a vedere quello che funziona, anche nei momenti di difficoltà, altrimenti si rischia non solo di renderlo ostile per via di tutte quelle riflessioni sull’autonomia che abbiamo fatto anche qui, ma si rischia soprattutto di dargli un messaggio scoraggiante sulle sue capacità di crescere; questa è una “bestemmia” nel rapporto con un adolescente.

Dargli aiuto in una questione che può sembrare così banale come lo studio non deve significare giustificarlo, ma renderlo più capace di riconoscere quali sono le sue capacità e di affrontare senza timori eccessivi i problemi, se ce ne sono. È importante che l’assenza di voglia di studiare non diventi un’occasione per coltivare della sfiducia inutile e dannosa nei confronti di se stesso.

Può essere proprio il contrario: può essere un’occasione di autentica crescita.