Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Aggressività adolescenziale: un processo di crescita o un segnale d’allarme?
È normale e anche positivo che a volte gli adolescenti diventino rabbiosi,
- sia come giro di prova di una capacità di imporsi e difendere le proprie posizioni (cosa che devono ancora raffinare per bene),
- sia come testimonianza del fatto che fanno ancora fatica a gestire le loro emozioni come potrebbe fare un adulto.
È sicuramente meglio, però, che provino a trovare un modo di gestirle piuttosto che seppellire quelle emozioni ad esempio.
Ci sono però adolescenti in cui la rabbia è così esplosiva e fuori controllo che quei ragazzi fanno in definitiva fatica ad utilizzarla come strumento di crescita.
Le reazioni degli adulti che sono attorno a questi adolescenti, genitori in primis, sono molto importanti nell’accompagnare questi ragazzi ha sviluppare una mente più matura. A maggior ragione quando si tratta di una rabbia che gli adolescenti da soli non riescono proprio a gestire.
La funzione della rabbia in adolescenza: separazione e identità.
Come accennavo un momento fa, una delle funzioni più basilari della rabbia è quella di permettere ad un’adolescente di affermare le proprie posizioni le proprie idee le proprie decisioni, insomma di affermare se stesso.
È normale che gli adolescenti possano apparire molto allergici a quello che propongono i genitori o altri adulti, come ad esempio gli insegnanti.
Per imparare a diventare adulti a loro volta, gli adolescenti molto di frequente hanno bisogno di una sorta di passaggio intermedio. Cioè, questi adolescenti si trovano a fare il contrario di quello che va bene gli adulti. In realtà non si accorgono che questo è un modo di fare che in definitiva li mantiene ancora dipendenti dal rapporto con gli adulti.
Non obbediscono ma fanno il contrario di obbedire… il che è una cosa molto diversa dallo scegliere in modo autonomo quali sono le cose su cui può avere senso obbedire e comunque quali sono le cose a cui sì da autonomamente la precedenza!
Questa è una parte della personalità che è molto importante riuscire a sviluppare e gli adolescenti di solito dedicano molte energie rispondere a domande come:
- “Sono cresciuto? Sono maturo? Sono grande? Sono indipendente? Ce la faccio?“
Molto spesso, andare male a scuola ha questa funzione qui, ed è una cosa che spesso e accompagnata da un rapporto di ostilità con i professori (cioè la maggior parte degli adulti con cui i ragazzi si confrontano a scuola). L’esperienza della scuola di molti adolescenti è fatta in larga parte anzi degli scontri che creano con i professori.
Molto spesso, quando questi ragazzi si sentono meno sulla difensiva, cioè quando si autorizzano ad essere più soddisfatti da loro stessi indipendentemente dai giudizi degli altri, allora si vede che viene meno il bisogno di tutta quella conflittualità.
È come se si togliesse ossigeno ad una fiamma, cioè non c’è più nulla da bruciare e la fiamma si spegne.
Differenza tra rabbia (emozione) e aggressività (comportamento)
La rabbia di cui abbiamo parlato fino ad adesso è una rabbia fatta soprattutto di sensazioni, pensieri e parole. Tutte queste tre cose possono essere intense, ma è come se rimanessero sotto controllo.
È come se rimanessero, per così dire, delle simulazioni. È come se i ragazzi che si sentono così pensassero e magari dicessero: “guarda che se le cose non vanno come dico io sono guai!“. In definitiva, però, per loro non c’è bisogno di passare dalle parole ai fatti. Trovano quello di cui hanno bisogno nelle reazioni che ottengono dagli altri.
Ad esempio, per quanto sia sgradevole da pensare, il fatto che un adolescente possa accorgersi che alcune parole, o alcuni atteggiamenti, possano ferire autenticamente la mamma può rappresentare un successo di questo processo. Questo adolescente riconosce un limite nel fatto di non voler compromettere un rapporto importante. Impara a sperimentare e tollerare il senso di colpa ed è costretto a porsi il problema di come fare a farsi ascoltare senza distruggere una relazione importante. Pensiamo a quanto un allenamento del genere sia importante per imparare a far durare le relazioni sentimentali ad esempio.
Ci sono adolescenti per cui non è così. Sono adolescenti per cui le parole non bastano perché sono così terrorizzati dalla prospettiva di vedersi impotenti che non tollerano nessuna ambiguità quando si misurano con l’altro. Devono vincere, devono avere la meglio su di lui. Quando sentono un’urgenza così grande allora possono passare anche ad umiliare o usare le mani.
Abbiamo visto che esprimere la rabbia e imparare ad esprimerla in modo efficace può essere molto importante per la propria crescita psicologica.
Agire la rabbia, invece, non è praticamente mai utile al fine di crescere sul piano psicologico.
Anzi, è molto più frequente vedere che un ragazzo che sente di aver passato il limite poi avvertirà un senso di colpa inaffrontabile, ne ricaverà un’opinione ancora più negativa di sé andando ad alimentare il circolo vizioso che ha prodotto la rabbia stessa.
Questi ragazzi poi si trovano sostanzialmente senza strumenti, ogni volta mettono in discussione i rapporti da cui dovrebbero imparare e non riescono ad imparare proprio un bel niente. Al limite ne ricavano un senso di incomprensione.
[Qui parlo principalmente della rabbia espressa nei confronti dei genitori. Il caso degli adolescenti che partecipano di frequente a delle risse, è però simile: alla fine, anche i ragazzi che hanno bisogno di sentirsi più forti degli altri fisicamente tendono a smettere quando trovano un modo più efficace di sentirsi forti. Il discorso cambia sul serio se il ragazzo invece fa autenticamente “vita di strada”, cioè vive in un contesto in cui la violenza è un concreto requisito].
La differenza fra aggressività parlata e agita è simile alla differenza fra un ragazzo che viene trattato dai suoi professori come il più rompiscatole della classe e un ragazzo che viene espulso dalla scuola perché l’ha fatta veramente grossa.
Solo in rarissimi casi si viene espulsi dalla propria famiglia, però creare delle condizioni in cui i genitori rischiano di perdere la fiducia del fatto di poter discutere col figlio ed educarlo, lo evitano o da cui si sentono incastrati in un circolo vizioso di cattive parole e ceffoni, è qualcosa che va molto vicino a sentirsi emotivamente espulsi dalla propria famiglia.
Come dicevo, ci sono degli adolescenti che sembrano creare a tavolino delle situazioni del genere
Quando la rabbia nell’adolescente è fisiologica e accettabile
Questo vuol dire che ogni forma di aggressività manifesta in un’adolescente deve mettere in allarme?
Se fosse così, non potrebbe stare tranquillo nessun genitore di adolescente, perché errori di percorso più o meno importanti sono il pane quotidiano dell’adolescenza.
Anzi, l’impulsività in adolescenza è fisiologica e normale. Come è noto, il cervello degli adolescenti non è ancora pienamente sviluppato e questo fa sì che non abbiano ancora a disposizione gli strumenti biologici che permetterebbero loro un controllo adeguato delle emozioni. Questo controllo è qualcosa che va affinato con i genitori e in generale con le altre persone del proprio ambiente.
Una certa dose di disregolazione emotiva fa parte dell’adolescenza ed è qualcosa che si esprime in modo diverso nei maschi e nelle femmine.
Ad esempio è più frequente che i maschi siano propensi a compiere azioni che li mettono più o meno significativamente in pericolo, anche ad avere un’aggressività più difficile da controllare mentre è più comune che le ragazze manifestino questa difficoltà a gestire le emozioni in termini psicologici, in termini di sentirsi male. Come sempre quando si parla di queste cose, stiamo parlando di quello che è tipico nella maggior parte dei maschi o delle femmine, ma di certo non mancano casi di ragazze che alzano le mani o ragazzi che appaiono emotivamente più dolenti.
Come sempre, l’esperienze che gli adolescenti fanno con gli altri e con i genitori in particolare sono centrali nell’aiutare ad affinare le loro armi anche sul piano emotivo.
Sul piano psicologico, una parte molto importante delle interazioni di tutti i giorni serve proprio ad aiutare l’adolescente a capire meglio le proprie emozioni.
- Tu stai provando questo,
- il che vuol dire che hai la visione di te stesso X
- e la visione del mondo Y
- e questa immagine che ti fai delle cose ti suggerisce di agire nel modo Z.
Ad esempio, se ci si trova davanti a un ragazzo che è arrabbiato perché gli amici sembrano non ascoltare i suoi progetti quando propone di fare qualcosa, anche qualcosa di molto semplice come andare al cinema a vedere uno specifico film, fargli notare che è lui che non si fa sentire per lunghi periodi e quindi i suoi amici possono essere un po’ infastiditi eè una cosa apparentemente banale ma importante.
quello che gli si sta suggerendo è: “Se la tua soluzione a questo problema è pensare che gli amici siano cattivi, rischi di rimanere bruciato perché rischi di non diventare capace di capire quando anche tu contribuisci attivamente a creare dei rapporti di cui sei scontento. Se impari ad essere autocritico è più facile distinguere le situazioni in cui hai qualcosa da rimproverarti e che puoi cambiare dalle situazioni in cui sono prevalentemente gli altri a comportarsi male e allora bisognerà o confrontarli o rivedere il rapporto con loro”.
Faccio un altro esempio di una situazione sempre più frequente negli studi degli psicologi.
Se un ragazzo pretende di vivere completamente senza regole ad esempio facendo gli orari che vuole stando fuori casa così tanto tempo da non riuscire quasi a fare i compiti oppure da essere così stanco da svegliarsi la mattina, capita ovviamente che i genitori lo confrontino su questi comportamenti e che lui reagisca come se loro fossero dei tiranni irragionevoli.
Cioè si comporta come se i genitori volessero privarlo di qualcosa di vitale lui, come il rapporto con gli amici, o che pretendessero di decidere il posto suo che cosa deve fare come se fosse un bambino. Parlando più a fondo di queste cose di solito si scopre che questi ragazzi sono molto meno irragionevoli di quello che sembrano e che in fondo si rendono conto della contraddizione cioè che vengono meno ai doveri della loro età. Molto di frequente si trova che un comportamento del genere rappresenta una sorta di fuga dalla scuola e soprattutto da quello che la scuola rappresenta per quel ragazzo, cioè il suo futuro. Oggi la percezione che la scuola non dia degli strumenti utili per crescere e crearsi un posto nel mondo è fortissima. Questi ragazzi si ribellano soprattutto alla paura ti restare piccoli e di essere deboli.
Quando si fa emergere questo tipo di contenuti nel colloquio con lo psicologo, si sta già sostanzialmente mettendo un ragazzo nelle condizioni di accorgersi che sta cercando di trovare una soluzione magica al problema che sta sostanzialmente scappando dall’affrontare quel problema.
Se lo si aiuta a vedere quanto la scuola lo metta sotto pressione e che è lui stesso a mettersi sotto pressione, perché è lui che ha paura di non riuscire a combinare niente nella vita allora lo si aiuta a scaricarsi molto del bisogno di usare la scuola come teatro di rappresentazione delle sue difficoltà emotive, e di conseguenza, vengono meno i motivi per vivere quell’aggressività con i genitori.
Cioè il punto per cui gli adolescenti litigano e diventano aggressivi e sostanzialmente per risolvere delle difficoltà di natura emotiva.
Nell’ultimo esempio che ho fatto la cosa che paga di più è lasciare da parte i litigi perché non sono quelli i momenti in cui si riesce a ragionare con l’adolescente.
Bisogna invece aiutarlo a capire che cosa sta cercando di fare comportandosi in quel modo.
La cosa che è importante tenere a mente è che provare invece a tirare le redini di quel ragazzo può essere molto inefficace o meglio è estremamente inefficace perché nelle famiglie di oggi tende a essere un comportamento che in grosso contrasto rispetto a tutto il resto dell’educazione che gli si dà. Cioè, si creano delle “isole” di misure autoritarie in rapporti genitori figli che sono invece prevalentemente empatici.
Quel ragazzo sa benissimo insomma che ai genitori stessi di solito non piace granché comportarsi in quel modo e per cui sanno che alla fine l’avranno vinta loro.
La serenità di quel figlio è una delle cose più importanti della vita dei genitori e questo mette su di loro molta pressione, rendendo per loro più difficile riuscire a tenere a mente che essere molto attivi nella gestione del ragazzo spesso non serve.
Se si mette il ragazzo nella condizione di capire lui per primo quello che sta facendo, la motivazione a cambiare comportamento nascerà dentro di lui. Questo accade perché quell’adolescente lo sente benissimo che scappare dal mondo non è una soluzione che non gli dà risultati e lui stesso non ha idea di quale alternative potrebbe avere.
Se viene portato a scoprire delle alternative, spesso si tranquillizza perché almeno così capisce qual è la direzione, cosa che a volte vuol dire molto banalmente… avere il tempo di fare esperienza delle cose! Ad esempio, deve capire perché tante persone rinunciano a guadagnare per avere più tempo da passare con la famiglia, oppure per fare un lavoro più in sintonia con loro e che semplicemente lui non è ancora in grado di fare quella scelta.
Il caso di cui ho parlato è un caso in cui il dialogo e l’empatia sono centrali.
Litigi quotidiani e opposizione: i “no” che fanno crescere.
Non è sempre così però. Ci sono ragazzi che, per così dire, ne hanno fin sopra i capelli dell’empatia e della vicinanza emotiva. Dargliene ancora vuol dire innaffiare troppo la pianta, cosa che, tranne rarissime eccezioni, porta a marciume e deperimento del vegetale(!!!).
In alcune famiglie accade che i ragazzi si comportino male, ad esempio escano senza limiti, facciano delle richieste irragionevoli, pretendano denaro, regali, eccetera perché è come se dicessero: “qui il timone di me stesso non lo sta tenendo nessuno per cui mi devo arrangiare a tenerlo io“.
Il tentativo di ascoltare autenticamente sul piano emotivo i figli è probabilmente uno dei grandi successi del nostro mondo. Almeno siamo stati in grado di porci il problema di qual è l’effetto che le nostre parole hanno sulla mente di bambini e ragazzi che aiutiamo a crescere.
Come tutte le strategie educative, però, anche questa presenta dei problemi.
Uno di quelli che io e i colleghi di TuoPsicologo probabilmente vediamo più spesso , è problema dei genitori che rischiano di vivere al servizio dei figli, come se i figli avessero sempre ragione solo per il fatto che sentono le cose in un certo modo e vogliono comportarsi di conseguenza.
Questo rischia di lasciare troppa libertà ragazzi che non sono ancora sufficientemente maturi per prendere delle decisioni senza una guida.
Anzi, sono in un’età in cui chiedere aiuto è particolarmente difficile, per cui è relativamente raro che in una condizione del genere l’adolescente dica: “io questo non lo so fare ho bisogno del tuo aiuto“.
Quello che accade molto più di frequente è che si prendono sulle spalle la responsabilità di dover essere capaci a fare quelle scelte (molto banalmente: la scelta delle scuole superiori), dovendosi inventare strada facendo come fare.
Questo comporta il rischio altissimo di far sentire quel ragazzo un completo idiota, un incapace che non sa fare le cose e se gli è stato dato il potere di farle si sente però responsabile di saperle fare. Cosa accade a questo punto? Accade che se quel ragazzo non riesce a farle, le cose, almeno si atteggia; almeno prova a creare per sé per sé stesso e per gli altri l’illusione di saperlo fare.
Da un certo momento in poi può sentirsi così poco capace di fare le cose da diventare ipersensibile a ogni richiesta, finendo per irritarsi per cose apparentemente assurde.
Lo irrita tutto, da fare i compiti a fare piccoli servizi in casa, perché è come se avesse sviluppato un’allergia al giudizio. Tutte le cose, anche le piccole cose, rischiano di diventare occasione di giudizio su se stesso. Visto che in definitiva ha paura di risultare un incapace è molto meglio non fare niente.
[Diventa un problema di gestione dell’autostima]
Solitamente i ragazzi che si comportano così avrebbero avuto bisogno di qualche “no” in più.
I “no” sono una cosa spiacevole perché sono un limite alle nostre possibilità. Proprio per questo sono uno dei modi principali in cui aiutiamo bambini e adolescenti a imparare a navigare il mondo.
- Vuoi fare la tal scuola perché è noto nella nostra città che lì non si fa nulla? Non te lo lascio fare perché altrimenti ti impedisco di porti il problema non piacevole ma necessario che prima o poi nella vita è necessario darsi da fare.
- Vuoi fare una scuola per la quale non hai mostrato nessunissima propensione? Ad esempio puoi fare il liceo scientifico ma hai passato le medie a contare sulla ditta o giù di lì? Se ti dico di no ti aiuto a non schiantarti contro una delusione che potresti non saper gestire. Ti mando il messaggio che ciascuno di noi nasce con delle abilità e nessuno di noi le può scegliere. Possiamo solo sforzarci di capire quali sono e vivere di conseguenza. Tu non diventerai bravo in matematica per pura imposizione della tua volontà e se credi di poterlo fare va benissimo ma c’è bisogno che lo dimostri a me e a te stesso.
Se un ragazzo, strada facendo, è diventato allergico ai “no”, è molto difficile dargliene massivamente una dose tardiva. Semplicemente, tenderà a rifiutarli.
Teniamo conto del fatto che questo può accadere per mille motivi e non voglio minimamente dire che i genitori in questione non sono stati sufficientemente attenti. Ad esempio se crescendo quel ragazzo ha la sfortuna di dover affrontare qualche problema medico rilevante, diventa molto difficile per i genitori dosarsi nell’impartire nuove frustrazioni il ragazzo.
In questi casi bisogna procedere un po’ a ritroso, facendo prima di tutto vedere a quel ragazzo quanto allergico sia al giudizio e facendogli scoprire l’utilità se non il piacere dei no, che gli servono per crearsi una vita più soddisfacente. “È normale che certe cose io non le possa o non le riesca a fare e questo non vuol dire che io sia particolarmente carente! Se mi dedico a cose fattibili possono essere anche difficili ma alla fine riuscirò a portare a casa dei risultati“.
Come contenere la rabbia fisiologica senza reprimerla
Fino ad adesso abbiamo parlato di situazioni che stanno a cavallo fra gli intoppi dello sviluppo che spontaneamente si gestiscono nelle famiglie e quelle che senza un sostegno professionale è difficile che si smuovano.
La rabbia e l’aggressività sono ose che per loro natura stanno al confine fra il “normale” e il “questo non va bene”.
Ad esempio, da un lato è importante lasciare che un ragazzo esprima voce alta la rabbia cioè senza sentirsene eccessivamente feriti o pensare che sia l’espressione di una scarsa cura nei confronti del rapporto con i genitori.
È per questo che è importante mettersi nell’ottica di leggere quali sono i bisogni emotivi di quel ragazzo. Facendo così, è più facile capire che sia un’adolescente si arrabbia con i suoi genitori e proprio perché gli interessa gestire quel rapporto.
Dall’altro lato, è altrettanto importante non gettare benzina sul fuoco.
È impossibile mantenere in ogni occasione una calma perfetta e non neanche desiderabile. Alzare la propria volta la voce può dare un indizio sul fatto che il ragazzo ha fatto centro ed è riuscito a coinvolgere emotivamente il genitore. È molto diverso, però, dire urlando “tu dici delle cose assurde, piantala!” e dire “tu sei uno stupido!“.
Cioè, da quegli scambi, anche quando sono molto accesi, deve emergere un coinvolgimento emotivo, la voglia di risolvere il problema e di stare bene. La voglia di far vedere a quel ragazzo quando si mette nei guai da solo.
Come se gli si dicesse: “guarda che se fai così mi fai star male e mostrandotelo ti do l’opportunità di imparare a leggere meglio le tue emozioni, il funzionamento degli altri e del mondo”.
Se invece ci si sente così feriti da avere voglia di mortificare quel ragazzo, vuol dire che la comunicazione è già andata al diavolo che gli si sta mandando il pericoloso messaggio: “tu non vai bene!”.
È una cosa che rischia solo di alimentare l’aggressività.
Se si passa al limite però non è tutto perduto. A mente fredda sarà possibile andare da ragazzo e dirgli che cos’è che ha avuto l’effetto di far degenerare la conversazione. Mostrandogli che si torna sui propri passi, gli si sta di nuovo dando un modello di quello che deve imparare a fare anche lui e lo si aiuta a sperimentare un senso di colpa gestibile. Deve diventare insomma più propenso a riconoscere le proprie responsabilità nell’andamento delle discussioni.
In questo tipo di scambi è importante tenere a mente che anche se il ragazzo che si ha davanti è alto un metro e novanta e ha la barba quello piccolo e lui.
Anche se non si sta capendo un accidente di quello che accade bisogna provare in qualche modo a mantenere questa differenza di posizioni. Bisogna pensa perché l’aspettativa dell’adolescente è quella di essere guidato.
È molto meglio dire qualcosa di stupido è inefficace piuttosto che lasciare a lui il timone, perché dopo sarà lui a dover vivere con la responsabilità di non aver saputo portare la barca.
Segnali d’allarme: quando l’aggressività diventa preoccupante
Manifestare rabbia, dicevamo, serve anche a farsi ascoltare e prendere il controllo di una dinamica relazionale per soddisfare i propri bisogni emotivi.
E quanta è la rabbia che c’è in circolo però?
Quando un adolescente ha deciso che deve essere lui a pilotare il rapporto con i suoi genitori, è un bel guaio.
Prima di tutto è una problematica così diffusa che ha un suo lessico specifico nel campo della psicologia. Può essere interessante vedere alcuni termini per iniziare ad orientarsi.
Un elemento cardine quando si parla di questi fenomeni è quello di acting out adolescenziale, o meglio la tendenza degli adolescenti l’acting out, cioè ad utilizzare le azioni al posto dei pensieri quando non si riescono a formulare pensieri capaci di aiutare nella gestione delle emozioni.
Ad esempio: un genitore chiede al figlio: “hai studiato?”, quel figlio non è in grado di formulare un pensiero poi espresso in parole del tipo: “Non so se sono adeguatamente capace di studiare per cui tutte le volte che mi chiedi di farlo è come se mi chiedessi di umiliarmi, visto che mi sento cosi stupido e in più è come se mi valutassi su una parte di me che non ti piace. io non posso essere lo studente adeguato che vorresti e mi sento non amato da te questo mi fa arrabbiare perché ho bisogno della tua approvazione”.
Al posto di esprimere in parole dei significati simili, prende a pugno una porta o lancia il proprio telefono contro il muro. Sia chiaro: nessuno di noi si esprime così schematicamente, perché l’emotività non è perfettamente traducibile in pensieri. Però, senza accorgercene, facciamo continuamente simili tentativi di traduzione dell’emotività in parole, per vivere nel mondo.
Anche qui, però, va fatto un discorso sulle “quantità”. Un po’ di acting out bisogna aspettarselo in adolescenza, ma ci sono dei ragazzi in cui diventa uno dei canali espressivi principali.
È chiaro che se succede così non va bene, perché non è per nulla efficace. Tutto quell’acting out, cioè, non farà altro che creare altra frustrazione nella vita di quel ragazzo.
Un altro capitolo fondamentale è quello della cosiddetta violenza filio-parentale, cioè le situazioni in cui un genitore diventa sistematicamente vittima delle aggressioni verbali, fisiche o psicologiche da parte del figlio.
Non stiamo parlando di aggressività in generale, in questo caso, ma di una specifica declinazione di questa aggressività, particolarmente caratteristica dell’adolescenza. Cioè di un ragazzo che non è sempre aggressivo, non lo è con i coetanei, non lo è col partner, non lo hai in contesti come la scuola, né va a cercare risse o altre situazioni di sfogo. Tutto si concentra a casa.
I genitori diventano il bersaglio esclusivo. Spesso anzi è uno dei due a farne le spese in particolare, cioè la mamma, e non perché si tratta di quello fra i genitori che può nella maggior parte dei casi opporre meno resistenza fisica, ma perché e il genitore da cui ci si aspetta maggiormente di essere ascoltati, da cui ci si aspetta più empatia.
“Urlo o te le do fino a che non capisci quello che ho bisogno di comunicarti“. È come se il messaggio fosse questo.
Poi, ci sono ragazzi in cui la rabbiosità e la difficoltà a trattenersi sono una delle prime cose che saltano all’occhio. ragazze così possono ricevere una diagnosi di disturbo del comportamento oppositivo-provocatorio (DCOP), che è un’etichetta che identifica proprio le persone che tendono rispondere alle sfide del mondo circostante con un comportamento litigioso sfidante o vendicativo e che sono molto frequentemente irritate, arrabbiate e pronte ad accendersi.
A essere sincero è proprio il tipo di diagnosi che trovo poco soddisfacente perché fotografa quello che una persona fa, osservandola dall’esterno, ma non dice granché di cosa vuole ottenere quella persona attraverso le proprie azioni.
Non voglio dire che sia in assoluto un modo errato di procedere, anzi è un tipo di linguaggio che che ci può servire soprattutto come punto di partenza. Dire che un problema, però è che alle stesse manifestazioni esteriori possono corrispondere delle intenzioni differenti.
Concentrarsi sulle intenzioni che stanno dietro al comportamento può essere importante, sia ovviamente del punto di vista dello psicoterapeuta che ha il compito di aiutare qualcuno a modificare il suo modo di stare al mondo, ma anche dal punto di vista della famiglia che, a casa con un’adolescente, è costretta a chiedersi continuamente: “Ma cosa vuole da me? perché fa così?“.
Molto spesso quando si vede un adolescente che ha un profilo oppositivo-provocatorio non si sbaglia a mettersi nell’ottica che quell’aggressività sia l’espressione di sentimenti depressivi.
“Ho bisogno di sentirmi forte e che tu mi mostri che hai paura, perché sotto sotto mi sento una nullità e se avessi la conferma di questa mia percezione starei così male da rimanere paralizzato. Meglio fare tutto il possibile per risparmiarsi questa presa di consapevolezza“.
Come dicevo, questa non è l’unica lettura possibile. Ad esempio ci sono alcuni ragazzi molto fragili che diventano aggressivi davanti alla prospettiva di avvertire una profonda angoscia e quindi attaccano il mondo per non esserne inghiottiti per così dire. Quella dell’aggressività legata alla depressività, però, è sicuramente la situazione più comune.
(Teniamo però a mente che, per quanto gli stessi principi psicologici spieghino il comportamento molti adolescenti, Io e i colleghi di tuo psicologo non abbiamo mai visto due ragazzi del genere che fossero uguali).
Aggressività a freddo e comportamenti progettati
Ci sono ad esempio famiglie che si rivolgono a noi lamentandosi di figli che appaiono sadici e calcolatori. Figli che sembrano progettare dei modi per ingannare i genitori, ad esempio per farsi dare denaro da loro, senza essere praticamente mai capaci di mostrare affetto.
La paura di avere un figlio manipolatore è una delle cose che mortifica di più un genitore perché sente di avere “nutrito una serpe in seno” come si suol dire, cioè di non vedersi restituire l’affetto di cui lo ha investito negli anni.
Ora, come ho ripetuto spesso parlando di questo tema, nella stragrande maggioranza dei casi quando un genitore ci descrive una situazione del genere non si tratta di vera manipolazione. Non si tratta cioè di un ragazzo antisociale o psicopatico, cioè di qualcuno che gode del raggiro o che ha completamente sostituito l’amore con l’inganno.
Molto più spesso si tratta di ragazzi che, diciamo così, mettono particolarmente alla prova i genitori.
Li mettono alla prova soprattutto a proprio danno, perché creano creano le condizioni per farsi dire dall’altro quello che temono di più, cioè che sono sbagliati, insopportabili, indesiderabili e che in sostanza non possono essere amati.
Questa è la dinamica che va mostrata loro.
“Hai paura di essere indesiderabile per gli altri e crei delle condizioni in cui accade esattamente questo: ti comporti malissimo“.
(Spesso paga vedere questi ragazzi come piuttosto fragili sul versante emotivo e particolarmente bisognosi di esperienze emotive positive).
Il rapporto con lo psicologo spesso diventa un’occasione per sentirsi comprensibili per l’altro e migliori di quanto non ci si senta abitualmente. Questo tende ad attenuare il bisogno di pretendere questo riconoscimento dei genitori, guadagnando poco a poco la libertà che serve per uscire dalle dinamiche in cui sono incastrati.
Può capitare di vedere che per ragazzi così il rapporto con i pari si ha non solo centrale come per tutti gli adolescenti ma questione di vita o di morte: i tradimenti e le gelosie, normali in qualsiasi gruppo di adolescenti, possono avere un effetto molto pesante sull’amore per se stesso dei ragazzi più fragili. Come dicevo, il punto è aiutare quel ragazzo a vedere che gli altri attorno a lui possono comportarsi male, certamente, ma sembra che abbiano un’influenza immensa sulle emozioni che prova.
Violenza verbale o fisica verso i genitori e i pari (Agiti)
Come abbiamo visto, l’atteggiamento apparentemente calcolatore di alcuni ragazzi ha la funzione di tentare di esercitare un controllo su “come l’altro mi percepisce e come mi fa sentire”.
È impossibile riuscire ad essere sempre efficaci nell’esercizio di questo controllo. Soprattutto quando è così facile essere feriti!
Non è raro, allora, che nei momenti in cui questi ragazzi si sentono effettivamente feriti ricorrano alla violenza verbale o fisica.
Proviamo a invertire un attimo la prospettiva anche qui.
il momento in cui un ragazzo così passa le mani è il momento in cui è più fragile, cioè il momento in cui è così inaccettabile l’idea di sentirsi bisognose di affetto che se hai bisogno di rovesciare la realtà. Picchiare e come tentare di trovare una formula magica.
- “Quello che faccio dimostra incontestabilmente che non ho bisogno di te.
- Dimostra che io sono buono e tu sei cattivo,
- che non mi importa di quello che dici,
- che se mi fai soffrire io ho il potere di spegnerti a comando“.
È chiaro che, davanti a qualcuno che adotta questo approccio, ragionare non ha senso e non si può tornare a farlo prima che sia tornata la quiete.
Una cosa che bisogna far vedere a quel ragazzo è quanto inefficace sia passare alle mani.
È come se bisognasse fargli sentire un discorso che fa grossomodo così: “Quello che i tuoi genitori ti dicono ti fa stare male. Sai già che non cambieranno idea solo perché ti mostri fisicamente forte. Sei sicuro di essere così fragile come pensi? Per certi aspetti non fa nulla, perché ti devi rendere conto che tutte le persone lo sono almeno un po’. Se ricorri alle mani con i tuoi genitori è perché non solo il rapporto con loro, ma anche il rapporto con il resto del mondo ti pare fuori controllo e ingovernabile. Così rischi di non vedere quali sono le cose che invece sai fare le capacità che ti puoi riconoscere che ti possono dare soddisfazione“.
In breve cioè di solito si tratta di rapporti genitori-figlio in cui è successo qualcosa per cui ci si capisce molto male: il ragazzo si sente trattato da stupido o da mostro e questo lo rende meno capace di cercare possibilità di gratificazione anche in contesti diversi dalla famiglia. Oppure rischia di adottare le stesse modalità anche nei nuovi contesti.
Qui ho descritto le dinamiche fra un ragazzo e i suoi genitori ma quello che accade negli adolescenti che cercano lo scontro fisico con i coetanei ad esempio andando a cercare delle risse non è molto diverso.
Il punto è sempre “fare qualcosa che mi provi che sono migliore di quello che penso“.
Il problema fondamentalmente è che non è magia vera, è illusionismo: l’effetto della mia rabbia è appunto un’illusione. Dura poco e dà poca soddisfazione.
Come accennavo prima, spesso interventi con ragazzi di questo tipo hanno poco ha a che fare con la gestione della rabbia, nell’immediato, a parte la condivisione di alcune regole minime come appunto non mettersi a discutere durante un litigio, fare il possibile per per spegnerlo o accorgersi dei comportamenti che rischiano di gettare benzina sul fuoco. Non possono esistere vere e proprie tecniche di contenimento emotivo dei figli, perché il contenimento non esiste al di fuori della complessità della relazione globale con quell’adolescente.
Il punto centrale resta e il lavoro sull’autostima messa in discussione dai sentimenti depressivi.
“Se mi sento meglio se mi sento più bello o meno bisogno di correre a imporre questa mia visione agli altri“.
Autolesionismo e rabbia rivolta verso se stessi
C’è anche un fattore particolare a cui si rischia di non dare molto peso, ma che ha il potere di far vedere con un po’ di chiarezza in più come la rabbia verso gli altri non sia così distante dalla rabbia verso se stessi.
Gli adolescenti aggressivi spesso alternano gli attacchi ai genitori agli attacchi verso se stessi.
I pugni sul muro, la distruzione dei propri oggetti personali (come il sacro telefono), dare delle testate al muro, o il cutting cioè i tagli sul proprio corpo, sono veri e propri atti di autolesionismo.
Freud sottolineavo una cosa centrale a proposito della depressione. Diceva che il depresso si odia perché ha dentro di sé l’altro che l’ha abbandonato e vive uno stato di incapacità a distinguere con chiarezza se stesso da da presenza dell’altro che lo fa soffrire.
È come se il discorso fosse:
- Tu che sei importante per me mi hai abbandonato in qualche modo, ad esempio allontanandoti da me anche solo facendomi dubitale del tuo amore
- io di conseguenza do la colpa a me stesso, pensando che non sono degno di ricevere il tuo amore.
- Faccio una cosa del genere perché il rapporto con te è così importante che è molto preferibile odiare me stesso che odiare te.
Due osservazioni aggiuntive.
- Dal punto di vista neuroscientifico si può ipotizzare che la depressione abbia a che fare proprio con l’ansia da abbandono che si può osservare in qualsiasi cucciolo di mammifero quando viene allontanato dalla sua figura di accudimento. Un esempio importante di questo punto di vista e quello di Jaak Panksepp che riprende le ormai antiche osservazioni di Freud in quel capolavoro che è il libro l’Archeologia della mente.
- Stiamo parlando di adolescenti, quindi dobbiamo tenere a mente che non sono così bravi a interiorizzare del tutto questo processo. Ripeto: questo è vero particolarmente nei maschi.
In un certo senso, bisogna aiutarli a trovare un giusto equilibrio fra il non rimanere incastrati in una prospettiva depressiva troppo accentuata e il rischio di rimanere incastrati nell’incapacità di deprimersi.
L’incapacità di deprimersi comporta dei fallimentari tentativi di controllare l’altro: “obbligo l’altro ad amarmi quando lo decido io, con la forza, così sono sicuro di avere quell’amore“.
Come abbiamo visto finora, è una strategia che delude le aspettative.
Ultima nota su questo punto: quando si ha a che fare con gli adolescenti aggressivi, si rischia di mettere in secondo piano il peso dei sensi di colpa nelle dinamiche che li riguardano. Si tratta di qualcosa su cui è importante dare delle opportunità di espiazione, altrimenti la colpa non fa che aumentare l’aggressività.
Distruzione di oggetti o atti di vandalismo ripetuti.
C’è un’altra manifestazione di aggressività che merita un’attenzione particolare e che può essere difficile leggere dall’esterno se non ci si prende il tempo di capire cosa succede nella mente di quel ragazzo.
La rabbia può portare un adolescente a distruggere oggetti in casa o fuori casa, ad esempio tramite ripetuti atti di vandalismo, come imbrattare l’esterno della scuola, distruggere segnali stradali, sporcare e rompere parte di case o aziende abbandonate, ma anche fare graffiti in una zona residenziale o dare fuoco a un cestino dell’immondizia.
Se si guarda il comportamento da fuori, non si può che allarmarsi, soprattutto se si tratta di una cosa ripetuta e non di una banale ragazzata.
Una ragazzata è qualcosa che serve per testare i limiti di quello che quell’adolescente può fare e questo può aiutarlo ad imparare a sentirsi in colpa per la propria distruttività, che è una cosa utile.
Sul piano psicologico ci sono due sensazioni che vanno a braccetto, dietro a queste azioni: il bisogno di trionfare su un altro impotente, che “non può impedire che io faccia quello che voglio,” e il corrispondente bisogno di sentirsi forti e coraggiosi.
Propongo una riflessione che parte da una semplificazione ma può essere utile per capirci qualcosa: quello che quell’adolescente fa alle cose è quello che ha bisogno di sentirsi capace di fare alle persone.
Mi raccomando! Non nel senso del bisogno di esercitare violenza, ma di un più semplice bisogno di esercitare un dominio sugli altri. Per qualsiasi adolescente è importante sentirsi via via più capace di influenzare il mondo intorno a sé, a partire dalle persone che lo compongono.
Questa è una cosa che è necessaria, ad esempio, anche solo per sentirsi attraenti. “Ho bisogno di pensare che sono capace di attirare l’attenzione, di attirare lo sguardo“.
Non bisogna farsi spaventare dal fatto che gli adolescenti lo possano fare in modo così vistoso.
Prima di tutto, bisogna ricordarsi che anche gli adulti spesso sono poco sottili nel loro bisogno di sentire di avere un effetto su come si sentono gli altri. Molto banalmente, sarebbe sciocco rimproverarsi il desiderio di poter acquistare un’automobile grossa e costosa capace di scioccare gli altri. L’importante è non delegare all’acquisto di automobili, indumenti o oggetti di vario genere una parte troppo grossa della propria vita emotiva, semplicemente perché una cosa non molto efficace.
Ecco, il punto è che gli adolescenti sono già di loro fisiologicamente un po’ poco sottili nella gestione di questi desideri. Penso che non esista un genitore di adolescente che non abbia ben presente quanto l’acquisto di indumenti e scarpe in particolare, in questo periodo storico, siano questione di vita o di morte per molti ragazzi. Questi ragazzi fanno esattamente quello che dicevamo un minuto fa, cioè delegano in modo massiccio la gestione delle loro emozioni al possesso di oggetti.
Non dico questo perché voglio suggerire l’idea che saremmo tutti più felici se avessimo tutti un fazzolettino di terra da coltivare e nulla più. Le fantasie arcadiche sono appunto fantasie e dobbiamo misurarci invece col mondo reale, vantaggi e svantaggi compresi.
Il punto è di portare l’attenzione sul fatto che gli atti vandalici son,o non a caso, una cosa particolarmente caratteristica dell’adolescenza, anche in piccolissime dosi (ad esempio i furtarelli compiuti in gita scolastica).
Gli adolescenti sono affamati di strumenti di gestione della loro emotività.
Alcuni sono tormentati da una fame così grande da sentire una tentazione enorme davanti agli atti vandalici. Per rimanere all’interno di questa metafora, si potrebbe dire che il problema è che il senso di sazietà non rimane abbastanza a lungo.
Cioè se, come ho suggerito prima, lo scopo è quello di controbilanciare dei sentimenti depressivi particolarmente intensi e fare qualcosa che faccia sentire forte il ragazzo, permettendomi di mettere temporaneamente da parte l’idea di essere invece debole e cattivo, quel ragazzo rischia però di scontrarsi con il fatto che quei comportamenti tendono a non essere capaci di curarlo dall’immagine negativa di sé.
Paradossalmente, può non essere così per gli adolescenti che combinano un guaio di tanto in tanto e nulla più. Se un’adolescente è capace di combinare un guaio e sentire che ha fatto una cosa sbagliata, sta indirettamente dicendo a se stesso “quello che ho fatto e sbagliato mentre ci sono tante cose giuste e belle che io faccio“. Un’adolescente che riesce a pensare così riesce a utilizzare in ottica evolutiva anche litigi e atti vandalici.
Ci sono invece adolescenti per cui l’assunzione del senso di colpa è molto più difficile, è una cosa molto più dolorosa.
Ad esempio se come psicologo, so che se a un ragazzo del genere sottolineo troppo presto che è quello che ha fatto è sbagliato, lo farò sentire tradito e ferito ed è difficile che mi stia ancora a sentire. non riesce cioè a sentirsi incolpa a piccole dosi, è allergico al fatto di sentirsi troppo sbagliato.
Con ragazzi così è molto più importante sottolineare quale sia l’aspirazione che sta dietro a questi comportamenti, cioè quella di poter essere orgoglioso di sé stessi. Sarà il ragazzo stesso ad un certo punto a tirare fuori il problema di non riuscire mai ad essere in pace. Lì allora si potrà iniziare a far vedere come mai fare cose che comportano il fatto di essere inseguiti dai carabinieri un giorno si e uno no finiscano per farlo stare male, perché creiano continui conflitti con la famiglia e comunque non gli diano mai una piena soddisfazione.
È perché essere il più forte di tutti è impossibile, alla fine bisogna insomma diventare capaci di deprimersi un po’ senza distruggere se stessi, ammettendo di non essere invincibili ma accorgendosi contemporaneamente di avere posto nel mondo.
Nella maggior parte dei casi i ragazzi che riescono ad arrivare davanti a uno psicologo mantengono la capacità e la voglia di trovare, per così dire, un cibo più nutriente, anche se in prima battuta non lo danno molto a vedere.
Questo lo sottolineo sempre perché capita spesso che i genitori siano spaventati dalla prospettive di non avere invece nessuna possibilità di contatto con il figlio.
Per alcuni ragazzi in cui la parte antisociale è prevalente è vero che la psicoterapia può non essere una buona idea, ma si tratta di una risicata minoranza delle situazioni che ci vengono presentate ed è molto più frequente invece dover aiutare i genitori a recuperare fiducia e far vedere loro come si può mandare avanti un lavoro sul piano psicologico.
Rabbia persistente che influenza la vita sociale e scolastica.
Quando la rabbia è così persistente da influenzare in negativo la vita sociale scolastica di un’adolescente, ad esempio facendolo sospendere più volte o addirittura espellere una scuola, i genitori hanno spesso una percezione quindi totale perdita di controllo sul figlio e di pena per il fatto di non saperlo aiutare.
Ci sono i ragazzi che fanno fatica a gestire la loro emotività in termini psicologici, in termini di soffermarsi sulle loro sensazioni, interesse per i propri pensieri e progetti, ricerca del senso di quello che si fa e anche di sofferenza psicologica percepita. È come se provvedessero a gestire la propria vita mentale soprattutto all’esterno di loro stessi.
Ragazzi così possono sperimentare un intenso bisogno di cercare lo scontro perché per loro quello scontro è uno strumento di regolazione emotiva e non hanno l’alternativa a disposizione.
Vanno aiutati a mettersi in una prospettiva più psicologica, perché farlo da loro prima di tutto la possibilità ti mettere un filtro fra emozione e azione di limitare l’acting out di cui parlavo prima.
Terapia familiare dell’aggressività in adolescenza
Capita di frequente che il lavoro psicoterapeutico con ragazzi così preveda un coinvolgimento particolarmente significativo della famiglia, ad esempio in assetto di terapia familiare, in cui si aiuta il ragazzo a vedere cos’è che lo fa arrabbiare improvvisamente, in particolare partendo dalla sua percezione delle parole dei suoi genitori.
Lo si aiuta a cercare strumenti più efficaci nel gestire il rapporto con loro e aiutando contemporaneamente i genitori a vedere qual è il peso delle loro parole.
In altri casi capita di fare alcuni colloqui con il ragazzo, sospendere temporaneamente il lavoro con lui e di iniziare a parlare con i suoi genitori (di comune accordo) come se ci si facesse ambasciatori con il compito di rappresentare la sua posizione. A quel punto, si lavora con i genitori fino a che non si ristabilisce una serenità il ragazzo è pronto a tornare a mettersi in discussione in prima persona. Questo capita, ad esempio, nelle situazioni in cui se ci si trovasse tutti assieme si rischierebbe di finire per litigare troppo spesso e troppo intensamente per capirsi.
Un altro elemento utile, in un certo senso, emerge dal fatto che tenendo gli spazi separati c’è bisogno di chiarirsi su cosa comunichi di preciso lo psicologo ai genitori. Anche se sono cose che si concordano, c’è sempre la paura del fraintendimento e anche del tradimento. Proprio questa ambiguità può essere utilizzata per uno scopo positivo, cioè per portare la luce quelle ambiguità che si verificano nella comunicazione di quella famiglia… indipendentemente dalla presenza dello psicologo!
Insomma, la questione è sempre la stessa, cioè quella di aiutare il ragazzo a lavorare su di sé. Può cambiare il modo di farlo.
Nelle negli esempi che ho fatto parlavo dei ragazzi che si scoprono essere più recettivi al confronto concreto che all’introspezione. L’introspezione che è una cosa necessaria in generale per la psicoterapia ma soprattutto nella vita, e di solito questi ragazzi la acquisiscono con il tempo e con il procedere del lavoro psicoterapeutico.
Le cause nascoste della rabbia eccessiva in adolescenza
Con questi esempi ho voluto mostrare il fortissimo legame fra aggressività e bassa autostima negli adolescenti.
L’aggressività viene spesso vissuta dall’adolescente rabbioso come l’unico rimedio capace di curare da questa bassa autostima. Attraverso l’aggressività, l’adolescente fa delle cose che servono a farlo sentire forte. Il desiderio di curarsi dalla bassa autostima è così forte da non permettergli di vedere tutti gli svantaggi che stanno dietro a questo tipo di soluzione.
Come abbiamo visto, questi adolescenti possono però maturare la volontà di cambiare proprio quando si accorgono che non riescono a raggiungere i risultati sperati. Il ragazzo si trova a lottare con quelli che si possono chiamare i suoi desideri onnipotenti, il i desideri che hanno a che fare col fatto di essere i più forti il più belli i più desiderati, tutte cose pericolose perché sono appunto irrealistiche.
Questi ragazzi hanno bisogno di lavorare su una buona depressivi cioè la capacità di accettare serenamente il fatto di avere dei limiti perché quei limiti sono una cosa che ti definisce come persona. “Pensare a quello che non so fare mette in luce anche quello che so fare e quindi le parti di me su cui è meglio investire“.
Frustrazione e disperazione: quando la rabbia nasconde il dolore
Tutto questo può essere molto difficile da vedere, perché normalmente abbiamo la tendenza a stare lontani dalle persone rabbiose e criticarle. La rabbia l’aggressività sono cose che spingono molto facilmente a contro-reagire, come se lo scopo fosse quello di affermare ase stessi: “Non è vero che tu sei il più forte di tutti, io sono più forte di te”.
Lo scontro diventa questione di sopravvivenza e di decoro personale.
Anche solo il fatto di voler mettere l’adolescente davanti ai rischi che comporta il suo comportamento può avere il difetto di risultare come un tentativo di intervenire troppo presto su cose che non riesce a sopportare.
Bisogna, sostanzialmente, fare lo sforzo di non vedere in quel ragazzo solo il rinoceronte che fa la carica, ma anche il cinghialetto ferito che ha bisogno di difendersi e con cui è necessario empatizzare.